Letteratura e arte ungherese, e altro

Blog dedicato all'attrice ungherese Edit Domján (1932-1972)

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venerdì, 23 ottobre 2009

La rivoluzione ungherese del 1956

Il 23 ottobre 1956 scoppiò prima a Budapest, poi in tutto il paese, un'insurrezione spontanea guidata da studenti, operai e intellettuali, tra i quali molti erano ed erano rimasti comunisti anche durante gli eventi successivi. Le manifestazioni pacifiche di solidarietà con gli operai polacchi si trasformarono in rivoluzione e in guerra d'indipendenza dopo gli spari dell'ÁVH, la polizia politica; gli insorti chiesero il ritiro delle truppe sovietiche dal territorio ungherese - come avvenne pacificamente in Austria nel 1955 -, il ripristino del parlamentarismo, dei partiti democratici e il risanamento dell'insostenibile situazione economica. Chiesero la fine di quel regime totalitario che in pochi anni produsse denunce a carico di un milione e 140 mila persone su 9 milioni e mezzo di abitanti, con oltre mezzo milione di condannati e 304 mila internati in campi di concentramento.

La rivoluzione vinse le prime battaglie ma, in seguito alla crisi di Suez, il 4 novembre l'Unione Sovietica scatenò una vera e propria guerra, annientando ogni tipo di resistenza, arrestando i membri del governo di Imre Nagy e instaurando un governo fantoccio guidato dal traditore János Kádár, il quale fece impiccare Imre Nagy ed altri 320 partecipanti alla rivoluzione. Dopo le rappresaglie, che durarono fino al 1963 facendo cadere il paese nell'abisso, Kádár instaurò il mondo del "socialismo reale" basato su compromessi e tradimenti, e caratterizzato dalla corruzione morale della società.

La rivoluzione ungherese del 1956 fu l'unica autentica rivoluzione proletaria del XX secolo e affermò con straordinaria efficacia il principio che la dignità umana è indisibile, e comprende aspetti politici, economici, sociali, civili, nazionali, religiosi e culturali, tutti ugualmente importanti.

Un pensiero agli insorti e ai civili caduti durante i combattimenti, ai deportati in Ucraina, ai condannati a morte o a pene detentive, ai 200 mila che lasciarono il paese per sempre, a quelli che scelsero il suicidio o si rifugiarono nell'alcol, alle famiglie distrutte. E anche ai semplici soldati sovietici caduti, comandati in terra sconosciuta e ignari della causa. 7429_1283234680915_1231551903_824909_5277540_n
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domenica, 11 ottobre 2009

''LA BIBBIA'' - UN LIBRO AL GIORNO - ANSA.IT

 

 

 

 

 

 

'LA BIBBIA'' - UN LIBRO AL GIORNO - ANSA.IT Il sito Internet dell'Agenzia ANSA
La copertina del libro di Peter Nadas

''La Bibbia''

di Peter Nadas


La letteratura ungherese torna d'attualita'. Dopo il successo del recupero dei romanzi della prima meta' del Novecento di Sandor Marai, dopo il Nobel per la letteratura nel 2002 che ha fatto tradurre i libri di Imre Kertesz, dopo le rivelazioni attorno ai romanzi di Peter Esterhazy, ora l'attenzione si sposta su Peter Nadas. Nato a Budapest nel 1942 da una famiglia con origini ebraiche, Nadas e' cresciuto nell'Ungheria comunista.

Introducendo i tre lunghi racconti raccolti col titolo 'La Bibbia' annota: ''questi scritti hanno visto la luce sotto al dittatura. Sei anni prima era stata soffocata la rivoluzione ungherese del 1956 e le prigioni erano ancora molto affollate''.

Il padre dello scrittore, che partecipo' alla Resistenza durante la guerra, poi processato e riabilitato negli anni dello stalinismo, fu anche tra gli insorti e si suicido' nel 1958.

Lui, che era diventato giornalista, lascio' il lavoro per non sottostare a censure e obblighi e ando' a vivere in campagna, poverissimo. Da allora, racconta, fui ''controllato severamente e decidevano quando potevo pubblicare, che cosa e in quante copie. Mi avrebbero autorizzato a fare viaggi all'estero solo se avessi accettato di lavorare come agente segreto, ovvero se mi fossi prestato a spiare e denunciare i miei amici''. Questo sino alla caduta del muro di Berlino. Oggi e' uno dei grandi nomi della cultura del suo paese. Un po' come Kertesz, che narra con l'occhio ''ingenuo'' del bambino l'orrore dei lager nazisti, in queste sue pagine protagonisti sono dei giovani e giovanissimi che osservano con ''stupore'' il mondo degli adulti negli anni del regime comunista, con tutte le sue crudelta' e falsita' apparentemente gratuite e casuali, quasi a denunciare chi aveva permesso la nascita di una tale realta'. Il racconto piu' spietato nella sua implicita denunzia e' proprio 'La Bibbia', con la violenza di una coppia di funzionari governativi, ferventi comunisti, verso la propria povera cameriera di campagna, accusata ingiustamente di furto, raccontata in prima persona dal loro figlio, con una scrittura quasi da ecole du regard, intensa e minuta.

7 ottobre 2009

 

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sabato, 26 settembre 2009

IL DOLORE E LA MEMORIA NÁDAS: COSA RESTA DELLA MIA UNGHERIA

Un libro molto bello, di una furia interna e di una freschezza straordinaria questo Fine di un romanzo familiare. E forse era giusto cominciare a far conoscere Péter Nádas, che figura fra i candidati al premio Nobel per la letteratura, e che ora viene tradotto per la prima volta in italiano. Nádas arriva in Italia con il suo primo romanzo, nel quale il grande autore ungherese racconta un' infanzia nell' Ungheria stalinista degli anni Cinquanta (il libro è appena uscito da Baldini Castoldi Dalai, pagg. 264, euro 17,50, traduzione di Laura Sgariotto). Quasi contemporaneamente è uscita anche la raccolta di racconti La Bibbia (Rizzoli, pagg. 182, euro 9,80, traduzione di Andrea Rényi). Quando scrisse il suo romanzo, lei aveva meno di trent' anni. Sarebbe ancora capace, a 67, di immergersi come allora nella propria infanzia? «È come se lei prima di farmi questa domanda avesse dato un' occhiata agli appunti e al manoscritto sulla mia scrivania. Le rispondo che in ogni momento della vita possiamo reimmergerci nella nostra infanzia, non sempre però siamo disposti a farlo. I vecchi lo sono più dei giovani. Quello che abbiamo immagazzinato nella memoria non va mai perduto. I miei primi testi, che negli ultimi anni sono stati tradotti in diverse lingue, contengono tratti essenziali della mia vita ma si potrebbe anche dire che con la mia infanzia non hanno in verità molto a che fare. Quaranta, cinquant' anni fa, quando scrissi questo romanzo, ero ancora quasi un ragazzo, e in realtà non volevo rituffarmi nell' infanzia. Cercavo un terreno che non fosse completamente assediato e distrutto dalla dittatura, un posto in cui l' individuo non fosse ancora braccato e potesse permettersi qualche libertà. Cercavo una forma di racconto che mi permettesse di restare intatto nelle propria libertà. Perciò raccontavo di un Io, che però non ero io, con una forma in prima persona che contava sulla solidarietà e sull' empatia ma conteneva le storie di altri. Invece oggi sento che è mio compito scrivere davvero per la prima volta sulla mia infanzia, ed è ciò che sto facendo». Tutte le sue opere partono dal corso della memoria. Cito i suoi lavori più importanti. Il libro della memoria, Storie parallele. Qual è il rapporto tra memoria e scrittura? «Il racconto non può essere separato dal ricordo. Di una persona viene presentato un accadimento - in un caffè, sulla piazza del paese, attraverso una lunga telefonata. Tutte le storie vengono quasi involontariamente raccontate al passato. Come Romeo amava Giulietta a Verona è una storia. Ma non è così semplice. L' amore è più importante di Romeo e di Giulietta, e loro sono più importanti di Verona;e un' importanza speciale ce l' ha se ci sembra credibile il linguaggio del narratore. Quando scrissi questo primo romanzo scoprii che fantasia e realtà erano due continenti fermi, e scoprii allo stesso tempo come la realtà per proteggersi costruisce fantasie; ma la fantasia si rende indipendente, anche se viene bloccata, tenuta sotto controllo dalla realtà». Nel romanzo, il nonno, una delle figure principali, racconta molte storie, ma dice al nipotino: «Non cercarci alcuna morale. Le storie sono dettagli isolati della vita, in esse non c' è nessuna morale. Soltanto inzwischen, tra due storie, tra due respiri: dazwischen !». Anche lei ha scritto di sentirsi sempre dazwischen, nel mezzo, di non appartenere in nessun luogo. Fino a vent' anni fa, l' Europa era divisa. Oggi gli anni del totalitarismo sono precipitati nell' abisso della storia, ingoiati da un buco nero. Lei ha scritto un libro, Spurensicherung, alla ricerca delle tracce lasciate dalla dittatura nel profondo delle anime. Che cosa resta, per citare la domanda di Christa Wolf? «Mi viene in mente la frase di Tomasi di Lampedusa: molto deve cambiare perché tutto rimanga come prima. Molto è cambiato. La cosa principale che è cambiata la libertà, che oggi è ancorata alle leggi e garantita internazionalmente. Nella storia e soprattutto nei comportamenti delle persone l' effetto dei modelli e delle strutture hanno però effetti di lungo periodo. I modelli di comportamento sono introiettati, le strutture delle tradizioni fissate per generazioni. E questo porta a continui scontri, tumulti, disordini, eccessi, tra vecchio e nuovo. Due storici ungheresi molto importanti - tradotti, ma poco conosciuti - Istvan Biboe Jeno Szucs, hanno teorizzato l' esistenza di tre regioni storiche d' Europa. E l' Ungheria non appartiene all' Europa dell' Est: storicamente e politicamente è un terreno di mezzo, caratterizzato da strutture formatesi su modelli occidentali. Poi, però, attraverso dittature e il dominio straniero e un incompiuto sviluppo della borghesia, i processi di emancipazione si sono bloccatie non hanno potuto fare il salto nella modernità. Stiamo arrivandoci, ma non senza problemi». Nel socialismo, lei scrive, gli uomini non avevano illusioni superflue. È una critica alla realtà di oggi? «Nel socialismo tra realtà e illusioni, tra apparenza e realtà i confini si vedevano con chiarezza. Nella libertà, i confini tra il bene e il male sono diventati più complicati. Con questo naturalmente non voglio dire che preferirei vivere nella non libertà. È vero però che dopo la caduta del Muro la situazione ha acquistato un altro tipo di durezza. L' Ungheria si è trovata, in un' epoca di globalizzazione e di capitalismo senza freni - proprio in senso marxiano -, a realizzare l' accumulazione primaria per poter creare una borghesia nazionale capace di competere internazionalmente; e tutto questo senza compromettere la pace sociale. È evidentemente una missione impossibile». Nel romanzo, il nonno, un personaggio affascinante, si proclama libero pensatore. Ma via via che il romanzo va avanti si capisce meglio quanto la sua vita sia permeata di ebraismo. Viene da chiedersi se l' ebraismo non riempia la vita di un ebreo più di quanto il cristianesimo non influisca su quella dei cristiani. È così? «L' ebraismo è immaginabile senza il cristianesimo, il cristianesimo senza l' ebraismo no. In questo rapporto l' ebraismo resta sempre più forte e più influente, s' impone sugli usi, sulle cerimonie dei cristiani, anche quando questi non se ne rendono conto. Il nonno è un gran raccontatore, io gli do i tratti quasi parodistici del grande scrittore, parla e parla di secoli di storia. Come sopravvissuto ai campi di concentramento racconta al nipote dello sterminio più terribile di tutti i tempi, dell' Olocausto,e lo fa diventare quasi una storia positiva, una storia riempita di disperazione e odio per se stessi, con una presa di saggezza. È un libero pensatore, non pensa più a Dio, eppure sottovoce spera che Dio in qualche modo si mostri nella storia degli uomini, e dia un senso alle nostre azioni, alle nostre ridicole strategie di sopravvivenza». © RIPRODUZIONE RISERVATA - VANNA VANNUCCINI

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Urla silenziose dall'Ungheria
Cresciuto nei bui Anni 50, il filo rosso della sua opera è il rapporto individuo-dittatura
BRUNO VENTAVOLI

Il mondo si divide in carnefici e vittime, spiega un nonno al nipote, ragionando sulla storia dell'umanità. Ma nell'Ungheria comunista degli Anni 50 era ben difficile marcare il confine tra le due categorie, perché bastava un sospetto, una delazione, un'antipatia, per passare all'istante dalla parte sbagliata.

Péter Nádas è cresciuto in quegli anni bui e ha fatto della riflessione sul rapporto tra individuo e dittatura, tra coscienza e memoria, i suoi grandi temi narrativi. Spesso in odore di Nobel, conosciuto in buona parte del mondo - Susan Sontag lo definì non esageratamente «uno dei più importanti autori del secolo» - nel nostro Paese lo era quasi nulla.

Ora escono due opere a colmare in parte la lacuna. Da Baldini & Castoldi, Fine di un romanzo familiare, tradotto molto bene da Laura Sgarioto; nella Bur Rizzoli, La Bibbia, tre racconti, tradotti altrettanto bene, ma da chissà chi, perché in copertina non c'è traccia dell'anonimo voltatore. Tutte storie che hanno in comune la fosca epopea comunista, vista da ragazzini che guardano con occhio puro, stupito, dolente, alle falsità e alla ferocia dei grandi, quasi a sancire una cesura incolmabile con le generazioni dei padri che hanno costruito un socialismo dal volto disumano.

Emblematico, in questo senso, è proprio il racconto molto bello, La Bibbia (la prima opera di Nádas, pubblicata nel '62), dove il piccolo Gyuri insieme con i turbamenti dell'altro sesso scopre l'ipocrisia dei genitori, alti funzionari dell'Ungheria stalinista, architetti della nuova società ugualitaria, ma sprezzanti verso un'umile, poverissima servetta di campagna.

Nádas è nato nel 1942 in una famiglia di ascendenze ebraiche, ma fu battezzato nella chiesa riformata per sfuggire all'Olocausto. La madre morì subito dopo la guerra, e la dolorosa mancanza di questa figura torna spesso nei romanzi. Il padre, che durante l'assedio di Budapest aveva partecipato al movimento comunista clandestino stampando manifestini di propaganda murato in una cantina (come il genitore della Bibbia), diventò un funzionario del ministero. Ma nell'era staliniana fu accusato, processato, riabilitato. Lo stesso copione si riprodusse nell'ottobre del '56, a ridosso dell'insurrezione. Di nuovo assolto da ogni addebito, si suicidò nel '58, vittima, come altre migliaia, delle proprie utopie giovanili infrante, lasciando una nuova ferita.

Nádas iniziò a lavorare come fotoreporter e giornalista, poi, incapace di scrivere menzogne, preferì diventare scrittore. Continuava a studiare il marxismo, ma dopo l'invasione di Praga, l'ultimo grande tradimento, si trasferì a vivere in provincia, poveramente, aiutato dalle contadine locali che gli regalavano solidali frutta e ortaggi. Fu sempre scomodo al regime, controllato, censurato. Gli offrirono maggiore autonomia, a patto che si mutasse in spia, ma lui non voleva distruggere «le vite degli altri» e così ha vissuto in una zona d'ombra, senza poter rilasciare interviste, scrivendo per due decenni senza sapere se avrebbe pubblicato, tormentato dal pungolo etico di tradurre in parole «la calma mortale che per ben due decenni regnò su questa estesa regione d'Europa, privata di ogni libertà».

Fine di un romanzo familiare è una delle sue opere più importanti. Uscì nel '77, dopo essere rimasto sette anni congelato. E' la storia di un ragazzino che cresce, autobiograficamente (anche lui si chiama Péter), senza genitori, allevato dai nonni che gli raccontano favole di fanciulle bellissime che odorano di pesce, e soprattutto, la millenaria vicenda degli ebrei, talvolta più potenti dei re, altre volte calpestati e massacrati. In mezzo a porcellane viennesi testimoni di una dignità scomparsa, nell'Ungheria degli Anni 50 dove anche comprare un pesce esige ore di coda nei negozi sempre sprovvisti, l'anziano nonno discetta di Hegel, di giustizia, della felicità che sfugge agli umani.

Anche qui c'è una scintilla di autobiografia, perché Nádas scoprì tardivamente e per caso le proprie ascendenze ebraiche (un antenato fu il primo deputato ebreo), quasi con rabbia che gli fossero state celate. E mentre le Scritture, la diaspora degli antenati, sono un romanzo sofferente ma «familiare», il mondo contemporaneo comunista resta imperscrutabile.

Come comprendere, d'altronde, la vicenda del padre, sempre assente, accusato di immoralità dai nonni per gli interrogatori che svolge come ufficiale dei servizi segreti? Prima lo sente in radio fare il carnefice, accusando di spionaggio alcuni colleghi in uno dei tanti processi farsa dello stalinismo, poi lo vede trasformarsi in vittima, mandato al patibolo da una nuova purga.

Péter finisce in un istituto di correzione che alleva i figli dei compagni che hanno sbagliato, o hanno semplicemente ubbidito ciecamente, e sono stati giustiziati. E ritrova lo stesso clima di sospetto e delazione che alligna nella società. Nel collegio tutti dovrebbero essere uguali, accomunati dal medesimo destino di orfani del terrore, invece gli adolescenti si angariano, si controllano, si denunciano a vicenda infilando biglietti anonimi in apposite cassette. D'improvviso, una mattina all'alba, vengono risvegliati dall'urlo di un compagno. Un grido immotivato e irrefrenabile. Un urlo forse di rabbia, forse di speranza, perché tutti, trasgredendo la disciplina incominciano a saltare sui letti, a lanciarsi cuscinate per bisogno di sfogare la libertà sempre repressa. Péter in quella giocosa battaglia cade dal letto, picchia la testa, scivola nel nulla.

Come accadde nel '56, quando i ragazzi e gli operai di Budapest presero i fucili per sbarazzarsi d'un regime che non riuscivano più a sopportare. La rivolta fu domata con i carri armati ma Nádas continuò a lanciare le sue urla silenziose, troppo intollerabili per il socialismo al gulasch del compagno Kádár.

Autore: Péter Nádas

Titolo: Fine di un romanzo famigliare
Edizioni: Baldini & Castoldi
Pagine: 180
Prezzo: 17,50 euro

Titolo: La Bibbia
Edizioni: Bur Rizzol
Pagine: 173
Prezzo: 9,80 euro

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 26 settembre)

P.S. "La Bibbia" è stata tradotta da Andrea Rényi

 
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giovedì, 17 settembre 2009

Péter Nádas, La Bibbia

La percezione di un sé alle prese con emozioni troppo intense, che irrompono e urlano, ma che nessuno sa ascoltare o può comprendere è il filo che lega questi racconti dal delicato equilibrio. Un’ adolescenza che diventa luogo e tempo di profonda solitudine, una solitudine rabbiosa o sofferta - impotente attesa delle cose, degli avvenimenti, dell’incontro con qualcuno troppo chiuso in sé o già troppo lontano, che si limita a sfiorarti.
Diventa uno sguardo attento all’esterno - a quel mondo adulto fatto di presenze-ombra, di persone amate ma inafferrabili, che scivolano sulla parete dei giorni, a quel mondo adulto che incuriosisce e attrae, ma allo stesso tempo spaventa- e all’interno di sé –un sé inespresso, un sé ostile, un sé isolato.
E tutto appare ugualmente minaccioso e misterioso: l’intensità del dolore, l’urgenza del desiderio, le emozioni incontrollabili o inconfessabili, il timore della vita diventano un fardello spesso così pesante, da curvare le spalle e ripiegare l’anima.
Belli –soprattutto il primo e più articolato- questi racconti di Nádas, autore ungherese fino ad ora non tradotto in Italia e definito dalla Sontag “uno dei maggiori scrittori al mondo”.
Ambientati in una Budapest dei primi anni Cinquanta, dove sono presenti diverse e contrastanti realtà sociali e in una Budapest più recente e ovattata, danno voce –una voce sommessa, intima e sofferta- al senso di doloroso estraniamento che pervade non solo un’età, ma spesso anche la vita di ogni individuo.
Scrittura ricca, piena, capace di grande immediatezza. Una scrittura che parla, vibrando.

 

"Occhio di velluto" su aNobii, 8 settembre 2009

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venerdì, 04 settembre 2009

WUZ - 3 settembre 2009

Non davanti ai bambini di András Nyerges

«Da lontano si sentirono dei tonfi sordi e dei colpi, seguiti da un rumore intenso di esplosioni. "Santo cielo, è stato qui vicino!" strillò una giovane donna. “Ora tocca a noi…” sussurrò una voce maschile afona. “E di chi è la colpa di tutto questo?” domandò quello che prima aveva dato la colpa a gli inglesi. “Chi avverte i britannici per radio? Gli ebrei, proprio loro!”. Si girò un signore con gli occhiali che stava davanti a noi: “Grazie al cielo non succederà ancora per molto, ormai. Ci penseremo noi a impedir loro di farlo!”»

NichtvordemKind, così, pronunciandolo tutto attaccato come una parola sola, nondavantialbambino, per sottolineare l’urgenza della necessità di un ritegno, era il grido che volava per l’aria ogni volta che in qualche discussione in casa Nyerges venivano dette cose che non era bene che il piccolo András sentisse. Perché qualunque cosa riguardasse la famiglia poteva avere un risvolto politico ed era meglio non uscisse dalle mura domestiche, anche se sulla bocca innocente di un bambino.

Tempi duri, quelli dell’infanzia di András Nyerges, nato nel 1940 a Budapest.
La guerra, i tedeschi, le Croci Frecciate, i bombardamenti alleati, l’Armata Rossa in città. Ma tutto questo, nel romanzo autobiografico Non davanti ai bambini - delizioso, buffo, commovente come può esserlo solo un romanzo in cui la voce narrante è quella di un bambino - appare filtrato attraverso quelli che sono i grandi piccoli eventi della vita di un bimbo di tre, quattro, cinque anni.
Così András ricorda il bombardamento che doveva lasciare un grosso buco nella parete della loro casa perché la nonna non gli aveva potuto comperare il cornetto per merenda, o perché hanno dovuto spostare i letti nella stanza da bagno; la sirena d’allarme significa che potrà giocare in cantina con gli altri bambini, senza chiedere permessi; i razionamenti sono l’invidia con cui guarda le cosce di pollo nel piatto del parroco che la nonna ha invitato a pranzo; l’ufficiale russo che si installa nel loro appartamento è l’uomo che ama la musica e riesce a far ingaggiare il papà per qualche serata.
Della persecuzione degli ebrei András non sa proprio nulla e non ha spiegazioni per i due amatissimi nonni materni che a un certo punto riappaiono magri come degli spaventapasseri, facendogli paura.


Sotto il velo dell’innocenza infantile è questo il nodo di tutte le tensioni del romanzo di Nyerges: il matrimonio tra suo padre e sua madre, un ariano e un’ebrea, che la nonna Irén non perdonerà mai.
Terribile, la nonna Irén.
Possessiva e gelosa nei confronti del figlio Bandi, il padre di András. All’età di cinque anni gli aveva fatto giurare, con tanto di candele accese davanti all’immagine sacra, che mai l’avrebbe lasciata.
Dolce, grassa e affettuosamente morbida, la nonna materna Margit (prima del ghetto, dopo era pelle e ossa). Ignoto il nonno paterno; colto e distinto l’altro nonno, il professore Fülöp, autore di libri capace anche di giocare con il nipotino.
È incredibile quello che esce dalla bocca della nonna Irén. Di certo non perdona al figlio di essersi sposato con la ragazza che ha conosciuto quando lei faceva la ballerina a Gibilterra; non glielo avrebbe perdonato chiunque fosse (quando li sente fare l’amore, di notte, si mette a bussare alla porta della loro stanza da letto), ma che Agnes appartenga ad una famiglia di senza dio- no, questo è troppo.
Niente l’arresta nei suoi insulti offensivi, non quando il professore viene portato via e internato, e neppure a guerra finita, quando i consuoceri tornano sparuti e irriconoscibili e hanno perso due figlie nella Shoah. Lei gli fa pesare l’ospitalità, conta ogni boccone che inghiottono, infierisce spietata, si vanta che a lei non è successo niente perché Dio la ama, perché lei è una buona cristiana. 


Questa storia di famiglia ritagliata dentro la grande Storia tragica dell’Europa del secolo XX avrebbe ugualmente la sua importanza, come un tassello di un vasto quadro, ma la sua attrattiva aumenta per la voce del bambino che la racconta, che sembra girare la testa dall’una all’altra componente della sua famiglia composita, come seguisse un gioco di palla: chi vince? chi perde? per chi teniamo? E alla fine, quando il gioco pare terminato, si deve riesaminare il conteggio - saltano fuori delle carte che rimescolano tutto il passato.
Niente è come sembrava, dobbiamo ricominciare da capo: che cosa aggiungono e che cosa tolgono le nuove scoperte ai personaggi?
In ogni caso, non perdetevi questo libro.



András Nyerges - Non davanti ai bambini
Titolo originale: Voltomiglan
Traduzione di Andrea Rényi
187 pag., 16,00 € - Edizioni Elliot 2009 (Raggi)
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mercoledì, 02 settembre 2009

Péter Nádas, La Bibbia

BibbiaPéter Nádas

La Bibbia

Rizzoli, 2009

ISBN: 17035729
“Nádas è uno dei maggiori scrittori al mondo.”
Susan Sontag

Nessuno scrittore europeo ha affrontato le responsabilità e i rovelli morali della memoria pubblica e privata con incisività pari a quella di Péter Nádas.”
Michael Kimmelman The New York Times

Budapest, primi anni Cinquanta. Una villa in collina, con le sue stanze grandi e un austero giardino d’inverno, è il regno ovattato in cui il piccolo Gyuri, figlio di alti funzionari di partito, trascorre giornate apatiche, con la sola compagnia dei nonni. L’ingresso di due ragazze nella routine familiare sconvolge bruscamente la falsa quiete della casa, portando a galla pulsioni, ipocrisie e crudeltà con cui il giovane non si è ancora misurato.
La Bibbia è l’intenso racconto di formazione che apre una raccolta incentrata su temi cari a Péter Nádas: l’adolescenza, il desiderio e il ricordo. Al centro di tre racconti stilisticamente perfetti, altrettanti adolescenti lottano con un senso di misteriosa estraneità che li trattiene sulla soglia del mondo dei grandi, divisi tra repulsa e attrazione. La narrazione magistrale e potente di Nádas smaschera senza appello una società e un’intera epoca storica.

Péter Nádas è uno dei maggiori scrittori ungheresi. Membro della prestigiosa Accademia delle Arti di Berlino, ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra i quali il premio Kafka nel 2003. È considerato uno dei più probabili futuri candidati al premio Nobel per la Letteratura. Questo è il suo primo libro tradotto in italiano.

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domenica, 23 agosto 2009

Il risolino di Nabokov che umilia gli scrittori

Corriere della Sera.it
R isorgo da una singolare esperienza. Ero immerso nella prefazione di Zadie Smith a Uno straniero nella terra di Lolita, libretto in cui Gregor von Rezzori racconta un viaggio da lui intrapreso negli Anni 90 sulle tracce di Humbert e Lolita (proprio loro, la coppia del secolo, gli struggenti eroi nabokoviani!). Quando a un certo punto la testa ha preso a girarmi. Per un secondo ho avuto Leggi ancora...
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lunedì, 17 agosto 2009

Péter Nádas, terzo grande d'Ungheria

Scoperte In arrivo due libri di uno scrittore mai tradotto: «Fine di un romanzo familiare» e «La Bibbia»

Nádas, terzo grande d' Ungheria

Dopo Eszterházy e Kertész, l' Italia scopre un «autore da Nobel»

 

N el mese di settembre due case editrici - Baldini Castoldi Dalai e Rizzoli - pubblicheranno per la prima volta in Italia opere di Péter Nádas. Si tratta di un narratore, saggista, fotografo e giornalista ungherese noto in tutto il mondo. Il ritardo dei grandi editori nei riguardi della letteratura dei Paesi una volta chiamati dell' Est europeo, è endemico. Imre Kertész, premio Nobel nel 2004, ha aspettato otto anni dalla prima segnalazione per essere pubblicato in italiano. Qualcosa di simile è capitato anche a Péter Eszterházy. Nádas ha atteso dieci anni da quando, proprio sul «Corriere della Sera» se n' è parlato per la prima volta, in termini altamente elogiativi. Frutto del malcostume? Della disperata e a volte inconsulta caccia al bestseller? Bisogna ammettere che, in questo caso non si tratta di un autore facilissimo, ma di uno con il quale, però, dopo un po' si entra pienamente in sintonia. Oltretutto è stato più volte candidato al Premio Nobel per la letteratura. Sì, parlando di Nádas si tratta proprio di letteratura, nel miglior senso della parola: cioè di opere narrative che incidono sulla coscienza del lettore, e non lo intrattengono soltanto per qualche giorno cancellandosi poi rapidamente dalla memoria. Chi è Péter Nádas? È nato a Budapest nel 1942, in piena Seconda guerra mondiale, da un padre e da una madre militanti comunisti. È rimasto orfano a 16 anni: prima è morta la madre, poi il padre, suicida forse a causa di gravi dissensi con il partito. Cresciuto da una parente, ha studiato in un istituto tecnico, poi ha frequentato corsi di fotografia e di giornalismo, professioni da lui esercitate ben precocemente. Come è stata precoce la sua vocazione alla letteratura. Il suo primo volume di racconti e romanzi brevi viene pubblicato nel 1966. E sono proprio questi racconti che all' inizio di settembre Rizzoli manderà in libreria con il titolo La Bibbia. Titolo illuminante anche per il volume di Baldini Castoldi Dalai, per un motivo particolare di cui parlerò tra brevissimo. Il racconto più lungo del volume di Rizzoli narra la storia di un figlio di alti funzionari statali (comunisti) trascurato dai genitori, i quali badano soltanto ai propri incarichi e alla propria carriera. Il bambino cresce con sentimenti convulsi e rancori violenti, in questo caso riversati su una contadinella, che tra l' altro desta in lui una vaga curiosità sessuale, assunta per sbrigare le faccende di casa. La ragazzina, invisa alla nonna, viene da questa accusata del furto di qualche pezzo di biancheria da letto. Indignata, Sidi (questo è il nome della ragazza) fugge al suo paesino, dove la madre del bambino la scova per riportarla al suo lavoro. Inutilmente. Con sua sorpresa, e con quella del bambino, la donna trova invece, nel miserabile tugurio della ragazza, la Bibbia di famiglia, questa davvero rubata, ma perché un giorno, sotto gli occhi di Sidi, il bambino la voleva fare a pezzi. Questo romanzo breve (o racconto lungo) dal tono un po' realistico, un po' stralunato fa già presagire un notevole talento di scrittore. Uno dei rimanenti due racconti del volume, «Il giardiniere», ha ancora per protagonista un bambino. Alla morte della moglie, il padre di questo bambino sensibile e scrupoloso, dà in escandescenze, piange, si dimena, mentre il ragazzo non riesce a mostrare nulla del proprio grande dolore. Poco tempo dopo il padre, di mestiere giardiniere, tanto disperato, porta in casa una nuova moglie, la fioraia del cimitero dove è seppellita la moglie precedente. Da quel giorno sarà questa seconda moglie a imporre al nuovo marito le qualità di fiori da coltivare, quali piante buttare via, quali conservare e quali prodotti chimici adoperare. Il bambino verrà lasciato alla sua solitudine tanto ferita. Il racconto «Oggi» parla ancora di un ragazzo, anche lui solo con la vecchia nonna. All' improvviso il giovane viene preso dall' impulso di correre forsennatamente per le strade innevate, e di fermarsi davanti a una chiesa. Da questa gli pare di sentir provenire una voce indefinibile, un richiamo inaspettato che probabilmente determinerà tutta la sua vita. Il lirismo, l' identificazione commossa con i protagonisti di queste storie restano davvero impressi nella mente del lettore, e non lo lasceranno più. E parliamo ora di Fine di un romanzo familiare, il libro che uscirà da Baldini Castoldi Dalai negli stessi giorni de La Bibbia. Questo libro, apparso undici anni dopo il primo, ha procurato all' autore la vera notorietà. Si tratta di un' opera di grande profondità, del tutto nuova allora (siamo nel 1977) nel panorama della letteratura europea. Il romanzo, scritto in prima persona, è il racconto orale che un ragazzo fa della propria vita familiare e della morte dei suoi nonni. La narrazione procede a salti, così come la evocano la memoria e l' avida volontà di spiegarsi di un ragazzino in formazione. Non ci sono capoversi, non soste nelle pagine. Tutto sgorga con irresistibile forza dall' animo ipersensibile e inferocito del bambino protagonista, i cui genitori, anche qui persi dietro a oscure attività di partito, di polizia, di spionaggio, lo trascurano completamente. Sono presenti invece nella sua vita e con forza e generosità i due nonni paterni. Lei è una combattente irriducibile della vita e degli affetti, e lui un profetico visionario, onnisciente e buffonesco, che, via via che il racconto procede, acquista sempre maggiore importanza. A circa metà del volume sarà questa sorta di rabbino a illustrare al nipote un possibile albero genealogico della famiglia, da Abramo fino ad oggi. Sono 120-130 generazioni. È un tentativo ardito e riuscitissimo di ripercorrere il racconto biblico per farlo proseguire attraverso tutte le traversie e le sofferenze delle varie epoche successive, attraverso la Roma antica, il Medioevo, il Cinque-Seicento giù giù fino ai giorni nostri, di avo in avo, di storia in storia. Questo lungo albero genealogico appassiona e diverte, perché nel libro non manca un pietoso e partecipato umorismo. Da Abramo arriviamo alla generazione di Nádas, in cui fede, motori morali, credo, fiducia nella vita paiono estinguersi nell' indifferenza, nelle mene politiche, nelle menzogne. Questa è la fine del romanzo familiare di una stirpe di ebrei cominciata all' epoca di Abramo. Ogni ebreo sente questa continuità, e Nádas dà voce a questo sentimento in modo solenne, ma anche semplice, quotidiano. Nel suo pessimismo questo libro pure ci infonde una grande energia, grazie anche alla frastagliata freschezza del linguaggio d' un ragazzo. Diamo il benvenuto tra noi a questo eccellente scrittore, che con le opere successive ha stupito ancora maggiormente il mondo letterario, e quello dei lettori. 

Pressburger Giorgio

Pagina 33
(12 agosto 2009) - Corriere della Sera

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categorie: péter nádas
lunedì, 03 agosto 2009

Azarel

Gyuri Azarel è un bambino consegnato da piccolo al tirannico ed inflessibile nonno che reclama il diritto a crescere in Dio e solo in Dio quel bambino che i suoi figli non sono stati, quegli stessi figli che lo hanno tradito con le loro scelte non assolute, non ascetiche. Il destino vorrà che il bambino torni alla famiglia di provenienza dove, tuttavia, vivrà un crescendo di alienazioni, di insofferenza per le convenzioni, per i gesti svuotati dalla naturalezza, per la mancanza di quell’assoluto dedicarsi che egli pretenderebbe. Libro claustrofobico, ben scritto, dai molti piani di lettura possibili, trae il lettore in una spirale di sofferenze e provocazioni, di violenza repressa a stento e di ribellione: ai genitori, ai maestri, a Dio stesso. Narrazione sicuramente elevata, presenta nella edizione italiana una ambigua collocazione in postfazione del saggio di Kobanyai. Ambigua perché se, da una lato, consente di affrontare la lettura attraverso la naturale esposizione con il conseguente godimento dello stile, delle emozioni e della tensione che si respira sempre più forte di pagina in pagina, dall’altro pospone la principale tra le possibili chiavi di lettura (se ne possono affiancare anche una psicanalitica e sociologica), di improbabile immediatezza per il lettore italiano: la scissione fisica e culturale tra l’ebraismo riformato e quello dell’ortodossia, secolarizzato in una adesione tipicamente ungherese (all’epoca dei fatti) tra borghesia e lavori più umili; l’assimilazione dell’ebreo alla società ungherese contro la ascetica difesa della unicità ebraica. La veemenza della lotta intrapresa dal bimbo Gyuri, ancorchè piccino, contro le piccolezze borghesi della madre, contro il “farisaico” porsi del padre, avaro di sentimenti affettuosi ma prodigo di vile attenzione alla pecunia ed alle convenzioni sociali; il suo scagliarsi contro tutti i punti di repere socialmente fondanti (il rabbino, i maestri, il medico, lo stesso Dio, reo di non palesarsi, di essere colluso con la pantomima di falsità che circondano il bambino) e la estrema e disperata reazione a ciò appaiono in ogni caso il risultato dello iato profondo venutosi a creare con lo sradicamento iniziale dal mondo essenziale ed autistico del nonno, sublimato egli stesso nella sua folle ricerca di assoluto. Questa lacerazione, quale sia la lettura scelta, appare quindi il primum movens degli eventi comparativi successivi, responsabili del continuo e devastante disassarsi tra le elevate aspettative e lo sconforto delle disillusioni. La narrazione in prima persona, gravata dalla autoanalisi e commiserazione risulta, tuttavia, lesiva della fluidità del racconto, ne appesantisce i tratti. Gyuri, personaggio di forte componente autobiografica ed il cui notevole spessore narrativo dovrebbe essere concentrato sul conflitto tra la forza delle sue convinzioni e la fragilità del suo essere solo un bimbo, risulta a mio parere forzato in una armatura di complessità in certa misura strumentale ed artificiosa che, alla lunga, depriva in parte il lettore di uno spontaneo e reale coinvolgimento affettivo, affievolendone la portata poetica. Un libro, alla fine, che mi ha lasciato una sensazione di incompletezza, quasi una parte della sua bellezza fosse rimasta nella penna, la poesia sacrificata alla metafora.

"pipaluk63" su Anobii

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Non davanti ai bambini

Nichtvordemkind! è l'odioso grido di battaglia dell'arcigna nonna Irén... che poi, volto al plurale, è il titolo del libro.
Libro davvero molto interessante: uno sguardo sulla Budapest tra la seconda guerra mondiale e l' occupazione sovietica viste con gli occhi di un bambino. Il piccolo Andràs vive le difficoltà (fame e bombardamenti compresi) della sua famiglia per metà ebrea e per metà cattolica, ma anche l'intolleranza e l'antisemitismo viscerale della nonna paterna, l'amore incondizionato dei nonni materni (splendida la figura di nonno Sziga, un po' ebreo un po' sabatista un po' massone ma essenzialmente ateo).
C'è molto amore, in questo racconto, ma anche umorismo, lievità, dolore raccontato con dolcezza, senza rabbia, senza rancori.
E dunque, in fondo in fondo, anche questa antipaticissima nonna Irèn ci torna un pochino simpatica... forse è anche merito suo se quel bambino è diventato oggi quell'ottimo scrittore che è Andràs Nyerges! :)

"iaiuni" su Anobii, 29/7/2009

 

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mercoledì, 22 luglio 2009

ANDRAS NYERGES - NON DAVANTI AI BAMBINI (ELLIOT - PAG.187 - 16,00 EURO)
Quando l'ondata di follia del nazismo travolse i Paesi dell'Europa centro-orientale, i germi nell'antisemitismo di cui quell'ideologia era portatrice spesso trovavano terreno fertile. Un atteggiamento che non era peculiare delle classi pi� basse (che mal sopportavano le ricchezze o anche solo l'agiatezza che gli israeliti riuscivano a raggiungere), ma anche di quella fetta della societ� che, illuminata, li riteneva sempre come persone da mettere in disparte, di cui servirsi, ma di cui non si poteva diventare amici. Quando, poi, gli ebrei non diventavano oggetto di atti di violenza, gratuita e talvolta feroce. Anche nella Budapest tra la seconda Guerra mondiale e l'inizio della dominazione sovietica si vivevano queste situazioni che potevano avere come teatro addirittura una stessa famiglia, come quella del protagonista di 'Non davanti ai bambin� di Andras Nyerges. Il protagonista di questo romanzo - che in Ungheria ha avuto pi� edizioni e che ora Elliot propone anche ai lettori italiani - si chiama anche lui Andras e forse, quindi, molte delle pagine sono autobiografiche. L'Andras protagonista bambino viene seguito nel rapporto con la sua famiglia dove convivono (ma il verbo � totalmente sbagliato, visti i rapporti tesi tra chi ne fa parte) cattolici ed ebrei, e in qualche caso, antisemiti ed ebrei. Rapporti che diventano tesi, spesso sul punto di giungere ad una conflittualit� estrema nella quale Andras cresce sino a quando non viene a conoscenza di come, spesso, di quelli che lo circondavano egli non vedesse che la facciata. Andras si confronta soprattutto con l'invasiva figura della nonna materna che, cattolica, mal sopporta la nuora (la madre del piccolo protagonista), figlia di ebrei. Poi il destino porta queste persone dalle radici e dalle religione certo diverse a vivere insieme, forzatamente, innescando una miscela di rancori e contrasti che sembra non avere fine.

Su "Cremona on line" - 17 luglio 2009

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martedì, 21 luglio 2009

Un testo ungherese sul patimento teologico di Dostoevskij

Leggere Hegel in Siberia e scoprire che la terra d’esilio è fuori dal Logos

Come si può sopportare l’orrore dell’esistenza? Ciascuno lo sperimenta e trova un modo per venirci a patti. Trovare la modalità per la sopravvivenza è, in fondo, lo sforzo di vivere. Laszlo F. Foldényi, professore di Letteratura comparata all’Università di Budapest, ha scritto un piccolo libro tradotto in Italia da Il Melangolo (8 euro), “Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere”, la prima delle sue opere tradotte in italiano.

di Pietrangelo Buttafuoco

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lunedì, 13 luglio 2009

András Nyerges, Non davanti ai bambini

Elliot, 2009

ISBN 9788861920590 Nyerges

Ambientato nella Budapest a cavallo fra la Seconda guerra mondiale e l’occupazione sovietica, questo delicato e profondo romanzo autobiografico intreccia sapientemente gli eventi storici con le vicende di una famiglia divisa dall’antisemitismo.

Il piccolo András trascorre la sua infanzia in una famiglia in parte cattolica praticante, in parte di origine ebraica, ma agnostica e massone. I giovanissimi genitori sono costretti a vivere con la nonna paterna Irén, una donna animata da sentimenti apertamente intolleranti e antisemiti, molto protettiva nei confronti del figlio e del nipote, ostile invece con la nuora. Durante i bombardamenti la famiglia ospita anche i nonni materni di András, ebrei liberati dal ghetto che non possono tornare nella loro casa rasa al suolo. Questo periodo di convivenza e la vita del caseggiato e della città negli ultimi mesi della guerra e negli anni successivi sono visti con gli occhi di un bambino e raccontati con sensibilità ed equilibrio stilistico, fino alla scoperta fatta da András, ormai divenuto giovane uomo, di una verità che svela le origini della sua famiglia, mutando così radicalmente la prospettiva. Grazie al suo lirismo misto a un’ironia indulgente, alla narrazione sempre tesa, sincera e piena di colpi di scena e alla perfetta caratterizzazione dei protagonisti, Non davanti ai bambini è un romanzo trascinante e illuminante allo stesso tempo, ed è stato uno dei maggiori successi ungheresi degli ultimi anni.

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venerdì, 10 luglio 2009

Róbert Hász, Passeggiata settembrina

 

Titolo originale: Szeptemberi séta

Tratto dal volume “Sok vizeknek zùgása”, Kortárs kiadó, Budapest, 2008

 

   Le giornate estive si accorciano, l’autunno arriva in strada furtivo, zoppo e  rasente il muro come un vecchio scaltro, e come sempre, in questo periodo dell’anno mi sento addosso lo sguardo del tempo. Quando il mondo rallenta per un po’, le particelle sentono freddo e si restringono, i fuochi si smorzano fino a diventare brace e bruciano appena, i fluidi circolano più lentamente nei propri canali e il Potere, questa Entità Superiore a volte cinica, ma tutto sommato indifferente, si toglie un attimo la maschera – come una vedova che per un istante alza il velo per tergere le lacrime con il fazzoletto.

   Quanto detesto questo suo gioco con i mortali!

   Di solito faccio la mia passeggiata la sera, quando il sole è ormai una palla di fuoco sfilacciata rosso sangue dietro i muri delle case e gli uomini affrettano il passo verso casa. La quiete della casa, la sicurezza della caverna: una sensazione antica, piacevole. Il calore del fuoco, il tremolio delle fiaccole davanti all’ingresso della caverna…che il male non può raggiungere.

   All’angolo, davanti al negozio di alimentari, un bambino gioca accanto al mucchio di ghiaia e sabbia rimasta dopo i lavori stradali. Lo vedo tutti i giorni. Scorgo in lui la morte. Si muove nelle sue vene, nel suo sangue. A volte vedo la sua testa bionda, a volte il suo cranio con l’infossatura degli occhi e gli alberi che cresceranno sopra. Vedo il bambino nel tempo, non soltanto nel presente; lo vedo ovunque e sempre.

   Passo accanto al bambino che salta in piedi e corre da suo padre sull’altro marciapiede, davanti al tabaccaio dove sta parlando con il negoziante.

   «Papà, quel tizio mi guarda sempre!»

   La voce era più irritata che lamentosa. Il padre, un uomo con i capelli rossi e il ventre tipico dei bevitori di birra, con l’anima in pena dalla mattina alla sera per il desiderio insoddisfatto di paesaggi lontani, detesta la quotidianità e le notti banali, ha un’ulcera e un principio di emorroidi, possiede un esiguo conto in banca, accarezza la testa del bambino.

   «Di chi stai parlando, figliolo?» domanda distratto e guarda in giro.

   Non lontano, ai bordi del parco, sotto il vecchio castagno alto, sulla panchina mezza marcia siede il vecchio vagabondo. Mi riconosce sempre. Lui è in pace con me. Alza la testa e sorride, con la pelle tanto tesa che sembra spaccarsi. Mi siedo sulla panca, vicino a lui. Ha ancora lo sguardo rivolto in alto, sembra mirare il caduco tramonto autunnale. Strizza e batte le palpebre guardando fuori dal profondo della sua anima. Respira rapidamente, ansimante. Il viso è coperto da una barba crespa di diversi giorni. Il corpo è incurvato, sporgono le spalle da sotto il cappotto liso come se le articolazioni fossero troppo stanche per tenere le ossa al loro posto. Vedo che la stoffa è consumata. Il vecchio inclina la testa, fissa prima le sue scarpe sformate, poi la cicca fumante fra le sue dita. Sento i suoi pensieri dolorosi. Le sue ossa temono il gelo. Se potessi, lo consolerei. Gli sfioro invece solo la fronte. Si tranquillizza, come se lo sentisse. Per lui è facile ormai, se ne andrà come era venuto: puro.

   Quando il semaforo sul marciapiede opposto diventa verde dozzine di gambe attraversano le strisce pedonali. Un paio fra loro precedono le altre. Salta svelto sul marciapiede opposto e mi passa accanto velocemente. Un ometto con i capelli radi, con occhiali tondi sulla punta del naso. Fa ciondolare la borsa nella mano destra come se anche questo servisse ad acquistare velocità. Deve avere fretta. Gira intorno la gente, giro intorno a lui anch’io. Dopo un po’ lo raggiungo e ormai camminiamo uno al fianco dell’altro. Guarda fisso davanti a sé, si concentra sulla strada sotto i piedi. Qualche goccia di sudore esalta la sua fretta. Lancia un’occhiata di sfuggita all’orologio ma non vede il quadrante; non è un’azione consapevole, ma solo il movimento istintivo del polso. Ansima piano. Questa corsa non fa per lui. Lo sa ed è arrabbiato con se stesso, sente di nascosto la manica della camicia e ora ce l’ha con sé anche per l’odore del sudore. Eppure non rallenta. Svolta l’angolo, tanto all’improvviso da fare quasi cadere la signora corpulenta che gli si para di fronte. La signora protesta ad alta voce e gesticola con la borsa carica di patate. L’ometto prosegue, mormora solo qualcosa fra sé mentre aggiusta gli occhiali sul naso. Il marciapiede pende un po’ e lo costringe ad allungare il passo, con la cravatta che sembra volare dietro di lui.

   Si ferma finalmente dopo un secondo angolo, davanti a un portone. Rimane immobile per qualche istante, solo il suo petto sale e scende mentre ritmicamente riprende fiato. Poi fa un ultimo profondo respiro e suona uno dei campanelli.

   Quando il portone si apre con un rombo io sono già all’interno. Lo osservo entrare dalla tromba delle scale. Sale le scale lanciando delle occhiate in alto. Al secondo piano si accosta alla porta di fronte e bussa piano. La porta si apre subito, ma solo una fessura sufficiente per far entrare l’ometto.

   La donna che ha aperto la porta ora si poggia alla parete del corridoio con una mano sul seno e ansima imbarazzata. È frastornata, i capelli sono in disordine come i suoi pensieri. Esita se dire qualcosa, attende con occhi spalancati.

   L’uomo guarda di nuovo l’orologio, ora però osserva attentamente la posizione delle lancette.

   «Trenta…» vorrebbe dire, ma appena sente la propria voce sottile e sfiatata si raschia la gola e ricomincia: «Abbiamo quaranta minuti».

   «Quaranta…» ripete la donna senza sapere perché lo sta dicendo. Ansima e guarda l’uomo.

   In quell’istante l’uomo fa cadere la borsa per terra e abbraccia improvvisamente la donna. Quando la sua bocca tocca la bocca di lei, o meglio quando i loro denti si urtano, gli occhi aperti della donna continuano a fissare il punto dove prima c’era la testa dell’uomo. Per qualche istante rimane paralizzata nel tempo, mentre l’uomo ansima e spinge la lingua nella sua bocca. Tutti i suoi pensieri, tutta la sua volontà si condensano in una sola parola: No! che si agita nel suo cervello come un grido imprigionato che gira in tondo e non riesce a erompere, poi l’eco si smorza,  viene coperta dalla volontà, dalla vicinanza fisica dell’uomo che le crolla addosso. Diventa un leggero sospiro di resa, come se con l’aria esalata dissolvesse la sua resistenza. Ormai è lei ad aiutare l’uomo, lo tira per la camicia, dentro, sempre più dentro la casa, ma non raggiungono le camere, crollano davanti alla porta della cucina, cadono uno dentro l’altra come le stelle infuocate.

   Vado via.

   Fuori, nella via, c’è una folla. All’incrocio macchine abbandonate, alcune con le ruote ferite, di traverso, come fossero animali morti. La gente indica con le dita, spiega con voce sommessa, serietà commossa, comprensiva, come ai funerali: dalla via vicina sta arrivando il suono della sirena di un’ambulanza. Accanto al marciapiede giace una persona con le membra allargate. Mi avvicino, mi piego. Respira piano; la vita che si sta mescolando all’aria colma di odore di nafta, lo sta abbandonando. Non ho tempo per riflettere. Lo tocco per aiutarlo, ma guardandolo vedo quello che è stato e quello che sarà, che lascio che venga. Lo porto in alto, sempre più in alto, lascio la città e il cielo settembrino sotto di noi.

 

Traduzione di Andrea Rényi

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categorie: róbert hász