Letteratura e arte ungherese, e altro

Blog dedicato all'attrice ungherese Edit Domján (1932-1972)

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giovedì, 18 giugno 2009

L'Amaca di Michele Serra - 4 febbraio 2009



Nel descrivere la crisi come un sereno transito da un ottimismo appena decaduto a un altro di nuovo conio, Berlusconi avrebbe maggior credito se non fosse seduto su una catasta di fantastiliardi, e su un potere smisurato. Volendo, si coglie nel suo continuo appello al sorriso persino un briciolo di umana sollecitudine. Ma la crisi in corso ci chiede un così radicale ripensamento delle nostre vite, dei nostri consumi, dei nostri quattrini e anche dei nostri sorrisi, da estromettere in partenza dal dibattito un signore come lui, che nel vecchio mondo, e nel vecchio modo, ha costruito la sua fortuna e le sue idee.
La cultura del limite, la ricerca di una nuova sobrietà, la coscienza dell'iniquità sociale e dello scialo ambientale, la fiducia nelle tecnologie pulite sono, quasi per rimbalzo, gli ingredienti naturali del futuro. Se anche noi, che ricchi e potenti non siamo, avvertiamo la grande difficoltà di riconvertirci, di correggerci e di migliorarci, figuriamoci uno come lui, che della dismisura ha fatto il suo vangelo. Berlusconi è il campione indiscusso di una mentalità ex vincente e di qui in poi certamente perdente: basta leggere mezza frase di Barack Obama per trovarci più dinamismo e più speranza che in cento convention berlusconiane. Chissà non sia per questo che Obama non sorride mai.
postato da: EditDomjan alle ore 10:08 | link | commenti
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lunedì, 15 giugno 2009

Non posso sapere…

Miklós Radnóti (1909 – 1944)

 

Non posso sapere cosa significa per un altro questo paesaggio,

per me è la casa natia abbracciata dalle fiamme,

un piccolo paese, culla del mio lontano mondo infantile.

Mi ha generato, come il tronco dell’albero il fragile ramo,

anche il mio corpo, spero, sprofonderà in questa terra.

Sono a casa. E se a volte s’inginocchia ai miei piedi

Un cespuglio, so il suo nome, ne conosco il fiore,

so dove va chi cammina per strada,

so cosa significa in un crepuscolo estivo

il rosso dolore che cola dai muri.

Per chi lo sorvola in aereo, il paesaggio è una carta geografica,

ignora dove ha abitato Vörösmarty Mihály[i];

quella carta cosa gli nasconde? A lui fabbriche e rozze caserme,

a me cavallette, buoi, torri e miti fattorie;

lui dal binocolo vede fabbriche e campi coltivati,

io invece anche il lavoratore che trema per il suo lavoro,

boschi, frutteti fischiettanti, vigneti e tombe,

tra le tombe la vecchina piange in silenzio,

e ciò dall’alto è ferrovia da distruggere, o fabbrica,

è la casa cantoniera,  e il cantoniere è lì davanti

con la bandierina rossa in mano e tanti bambini attorno,

nel cortile delle fabbriche un mastino si rotola per terra;

ed è lì anche il parco, l’impronta di vecchi amori,

il sapore dei baci nella mia bocca, a volte miele, o uva selvatica,

un giorno andando a scuola sul margine del marciapiede,

per non essere interrogato ho urtato una pietra,

ed eccola quella pietra, ma dall’alto non si vede,

non c’è strumento che possa mostrare tutto questo.

 

Certo, siamo colpevoli, come tutti gli altri popoli,

e sappiamo in cosa abbiamo peccato, quando, dove e come,

ma qui vivono anche lavoratori, poeti innocenti,

e bimbi in fasce nei quali cresce la ragione,

li illumina da dentro, li veglia, nascosti in buie cantine,

finché il dito della pace non indicherà la nostra patria,

e alla nostra parola soffocata risponderanno loro con fresche parole.

 

Vigile nuvola notturna, stendi su di noi le tue grandi ali.

Traduzione di Edith Bruck

postato da: EditDomjan alle ore 20:33 | link | commenti
categorie: miklós radnóti
lunedì, 09 marzo 2009

Földényi, Dostoevskij legge Hegel...

Alessandro Zaccuri su La poesia e lo spirito - http://poesiaelospirito.wordpress.com

Il titolo sembra uno di quei racconti in poche parole che tanto piacciono ultimamente: Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere. In realtà il pianto di Dostoevskij risale ai giorni tra la fine del 1849 e l’inizio del 1850, al momento della sua deportazione in Siberia. Durante la traversata degli Urali, di notte, con le slitte bloccate da una tempesta di neve, lo scrittore si rende conto che il passato è dietro di lui e che ad attenderlo c’è soltanto «il destino misterioso» della Siberia. Piange, perché capisce che nulla sarà più come prima e perché intuisce che è giusto così. Il destino, quando è autentico, è sempre misterioso. Quattro anni più tardi, viene trasferito nell’avamposto di Semipalatinsk, dove stringe amicizia con il procuratore Vrangel. Insieme con lui si dedica alla lettura, tra l’altro, delle opere di Hegel. Che il testo specifico su cui i due si soffermano siano le Lezioni sulla filosofia della storia è una congettura di László F. Földényi, il critico letterario ungherese al quale si deve questa straordinaria meditazione in forma di saggio, ora tradotta da Andrea Rényi per il melangolo. Classe 1952, finora inedito nel nostro Paese, Földényi appartiene all’ormai nutrita compagine di intellettuali che avvertono l’urgenza di revocare in dubbio gli automatismi di una visione “progressiva” della tradizione umanistica. In questo, il contrasto fra Hegel e Dostoevskij non potrebbe essere più convincente. Nelle già ricordate Lezioni, infatti, la Siberia viene additata, al pari dell’Africa, come territorio «al di fuori della storia» o meglio, secondo Földényi, al di fuori dell’immagine di storia che Hegel si è compiaciuto di inventare. La costruzione concettuale del filosofo sembra fare appello a categorie teologiche, ma in ultima analisi ha già innalzato la politica a criterio ultimo di interpretazione del reale, trasformando la ragione stessa in un idolo che agisce come un dio al di sopra di Dio. Arrogandosi l’arbitrio di escludere dalla storia intere regioni del mondo, e con esse interi millenni della vicenda umana, Hegel sta affrettando i tempi di quella “morte di Dio” che, qualche decennio più tardi, Nietzsche teorizzerà con disperata lucidità. Il Dostoevskij segnato dall’esperienza siberiana è andato oltre tutto questo: nelle Memorie del sottosuolo l’irragionevolezza della storia è assunta come dato di partenza, ma anche come occasione propizia per il manifestarsi di un miracolo che renda ragione della sofferenza. Negli anfratti desolati che Hegel ha voluto porre fuori dalla storia, Dostoevskij ha maturato il suo incontro con Cristo, percependo così la sacralità di ogni esistenza umana, non importa quanto degradata. Agire altrimenti significa – nelle parole di Földényi – ridurre «il Tutto cosmico» a «un mondo manipolabile con la tecnica», ossia all’«Inferno». Siamo dentro la dottrina hegeliana della storia, d’accordo. Ma non è poi una gran consolazione.

Pubblicato su Avvenire, il 5 marzo 2009

One Response to “Dostohegel”

  1. Andrea Sartori said

    Leggendo questo libretto, estremamente smilzo ma intenso, ho trovato interessante, tra le altre cose, la lettura psicanalitica alla quale Foldényi sottopone la “rimozione” hegeliana di intere parti della geografia umana. Sarebbe stata la paura nei confronti del dolore, della frattura dell’esistenza, delle pulsioni oscure ed accidentali che animano il vivere storico, a dettare ad Hegel la strategia difensiva consistente nell’assorbire all’interno della categorie del politico e dell’universale la complessità antropologica dell’individuo e della sua percezione del tempo, ad inibire a quest’ultimo l’inquietante via della trascendenza.

    Al di là di ciò, tuttavia, mi sembra che il breve saggio di Foldènyi soffra di più di una carenza filologica, poichè non si confronta con quelle letture di Hegel che, soprattutto oggi, rivalutano nei suoi testi il ruolo dello scetticismo e dell’individuo (in maniera meno ingenua di quanto abbia fatto, ad esempio, J. Whal, con il suo libro sulla “coscienza infelice”). Non dimentichiamo, infatti, che la “Fenomenologia dello spirito” è nata come una “Scienza dell’esperienza della coscienza”, che doveva percorrere la “via del dubbio e della disperazione” intrapresa dal suo protagonista, la coscienza appunto.

    Questi temi restano forse in ombra nelle lezioni sulla filosofia della storia - il testo che probabilmente Dostoevskij ha letto con Vrangel in Siberia - ma agli occhi dello studioso odierno ne rappresentano comunque la premessa (storica e teoretica), alla luce della quale anche la filosofia della storia potrebbe essere compresa diversamente. Certo, Dostoevskij, esiliato in Siberia, non disponeva di una biblioteca hegeliana: senza i comfort di una biblioteca berlinese, oltre i confini del mondo abitato, la vita spezzata dalla violenza del potere politico, il richiamo della trascendenza al di là della storia non poteva che divenire fede o suicidio privo di riscatto dialettico (Aufhebung).

    Divenne fede.

    Grazie ad Alessandro Zaccuri per aver contribuito a rendere nota questa traduzione italiana!

    Andrea.

  2. http://lapoesiaelospirito.wordpress.com:80/2009/03/08/dostohegel/

postato da: EditDomjan alle ore 11:47 | link | commenti
categorie: földényi
mercoledì, 04 marzo 2009

Földényi, Dostoevskij legge Hegel...

Piccola posta. Dostoevskij scoppia a piangere.

 

 


Il mio amico Carlo, famoso libraio, mi suggerisce, anzi addirittura me lo regala, un libretto del Melangolo di László F. Földényi, “Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere”. Sono poche paginette di un saggio sulla razionalità e la libertà, l’Inferno limpido e l’Inferno grigio, la scomparsa o l’eclisse di Dio. Prima del saggio c’è la storia, che è pressoché tutta compendiata nel titolo, il quale potrebbe essere, invece che un titolo, una storia completa. Neanche documentata, ma, pur credibilmente, ipotizzata. Dostoevskij è deportato in Siberia, il giovane procuratore Vrangel, che è diventato suo amico, ordina in Germania un libro di Hegel, forse sono le “Lezioni sulla filosofia della storia”, forse Dostoevskij vi legge le seguenti righe: “Per prima cosa dobbiamo escludere il declivio settentrionale, la Siberia. Questo declivio... non ci interessa qui in nessun modo, poiché la zona nordica giace fuori della storia”. E forse, lette queste righe “al lume di una candela di sego”, Dostoevskij scoppia a piangere. E poi ha tutto il tempo per risarcirsene. “Tutto si può dire della storia... Una sola cosa non si può dire: che sia uno spettacolo ragionevole”.

Adriano Sofri su Facebook il 3 marzo 2009

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categorie: sofri földényi dostoevskij heg
lunedì, 09 febbraio 2009

Michele Serra - 4 febbraio 2009

L'Amaca di Michele Serra - 4 febbraio 2009

Nel descrivere la crisi come un sereno transito da un ottimismo appena decaduto a un altro di nuovo conio, Berlusconi avrebbe maggior credito se non fosse seduto su una catasta di fantastiliardi, e su un potere smisurato. Volendo, si coglie nel suo continuo appello al sorriso persino un briciolo di umana sollecitudine. Ma la crisi in corso ci chiede un così radicale ripensamento delle nostre vite, dei nostri consumi, dei nostri quattrini e anche dei nostri sorrisi, da estromettere in partenza dal dibattito un signore come lui, che nel vecchio mondo, e nel vecchio modo, ha costruito la sua fortuna e le sue idee.
La cultura del limite, la ricerca di una nuova sobrietà, la coscienza dell'iniquità sociale e dello scialo ambientale, la fiducia nelle tecnologie pulite sono, quasi per rimbalzo, gli ingredienti naturali del futuro. Se anche noi, che ricchi e potenti non siamo, avvertiamo la grande difficoltà di riconvertirci, di correggerci e di migliorarci, figuriamoci uno come lui, che della dismisura ha fatto il suo vangelo. Berlusconi è il campione indiscusso di una mentalità ex vincente e di qui in poi certamente perdente: basta leggere mezza frase di Barack Obama per trovarci più dinamismo e più speranza che in cento convention berlusconiane. Chissà non sia per questo che Obama non sorride mai.
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sabato, 31 gennaio 2009

László F. Földényi

Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere

Traduzione di Andrea Rényi

Il Melangolo, 2009

Dostoevskij fa sentire la sua voce nel nome degli esclusi da questa festa universale, quelli che Schiller aveva già condannato, nell’Inno alla gioia, a correre via in lacrime dalla massa di milioni di uomini felici e festeggianti. Leggendo Hegel Dostoevskij poteva senza dubbio provare che neppure lui era avvolto nel firmamento di stelle di Schiller e non gli rimaneva altro da fare che scoppiare a piangere. E allo stesso tempo ribellarsi. Questo libro è la Bibbia della ribellione. Il suo collante non è la dialettica in grado di spiegare tutto, bensì la sofferenza e il pianto; in esso la speranza e la fede nel miracolo crescono in pari misura con la crescita della disperazione.

LÁSZLÓ F. FÖLDÉNYI, nato nel 1952 a Debrecen, è professore di Letteratura comparata all’Università Statale di Budapest, ed è anche uno specialista di estetica e teoria dell’arte. I suoi scritti sono tradotti in diverse lingue, tra cui il tedesco, il francese e lo spagnolo (in tedesco si ricordano: Das Schweißtuch der Veronika, “Il sudario della Veronica” edito da Suhrkamp; Newtons Traum, “Il sogno di Newton”; Abgrund der Seele, “L’abisso dell’anima”). Nel 2007 è stato insignito del premio Széchényi. Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere è la sua prima opera tradotta in italiano. 

 “Il libro più interessante che ho letto quest’anno”
ALBERTO MANGUEL


Pag. 64 - Euro 8,00
(ISBN 978-88-7018-711-3)

http://olivero.blogautore.repubblica.it/2009/02/17/dostoevskij-contro-hegel/

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categorie: lászló f földényi
giovedì, 29 gennaio 2009

Azarel - una recensione

Per comprendere il contesto storico e sociale dal quale prende avvio e si sviluppa la narrazione, occorre leggere prima l’interessante intervento di Köbányai, in appendice al libro. Questo perché il romanzo di Pap, sostanzialmente autobiografico, è fortemente incentrato sul profondo dissidio tra Ebrei ungheresi dell’assimilazione ed Ebrei ungheresi dell’ortodossia.
I primi erano fautori di riforme che permettessero alla religione di risultare compatibile con le esigenze di un mondo in evoluzione e nel quale desideravano integrarsi, i secondi non tolleravano di venir “contaminati” dalla realtà circostante e si rivolgevano ostinatamente alle più vecchie e rigide tradizioni.
Azarel, in ultima analisi, è il racconto di una lotta.
Una lotta impari e caparbia.
La lotta tra il piccolo Gyuri -l’infanzia rappresenta qui il candido, il puro di cuore- e il mondo ipocrita nel quale tornerà a vivere dopo la morte del nonno -mondo rappresentato soprattutto dalla famiglia e dagli insegnanti.
Il primo insegnante è stato nonno Geremia, uomo dalla fede caparbia e ossessiva, ultraortodosso cupo, rivolto ad un Israele ideale e immaginario nel quale si è rifugiato dacché parte della propria esistenza è stata sepolta assieme al ricordo dei figli che si sono allontanati da lui e dalla vecchia tradizione.
Nonno Geremia instilla in Gyuri una diffidenza e un'astiosità tali che, da un lato diventano esse il filtro di ogni nuova esperienza, dall'altro generano una profonda frattura tra lui e i genitori, dai quali si sente rifiutato, mal giudicato, valutato negativamente in ogni suo pensiero ed in ogni sua azione. Nel suo stesso essere, quindi.
D’altra parte il bambino interpreta la realtà che ha attorno con gli occhi del nonno, con gli occhi della diffidenza, della sfiducia e ogni risposta ai suoi interrogativi -quanti “Perché?” nel libro!- non fa che confermare idee o conclusioni preconcette, delle quali è già convinto, andando ad alimentare la feroce disillusione e le continue delusioni che lo caratterizzano.
La bellezza del libro è proprio qui: nella continua, ossessiva, ostinata lotta verso un mondo che il bambino vede troppo diverso da ciò che vorrebbe, incentrato su verità comode che non gli appartengono e modelli che rifiuta perché improntati all’ipocrisia e al conformismo.
La contrapposizione è resa molto bene anche con l’utilizzo, da parte dell’autore, del frequente parallelo tra i pensieri espressi -le parole rivolte a qualcuno- e quelli inespressi, ma urlati nella mente e nel cuore -le parole rivolte a se stesso. Molto efficace, in tal senso, il lavoro di chi ha tradotto.
Davvero profonde, poi, le capacità di analizzare l’animo infantile e la sensibilità dimostrate in questo caso da Pap, autore ungherese morto a Bergen-Belsen nel 1945.
Tre stelle abbondanti...

ANOBII - "Occhi di velluto" - 28 gennaio 2009

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categorie: azarel una recensione
venerdì, 23 gennaio 2009

Azarel

Azarel

Károly Pap

Azarel

introduzione di Moni Ovadia, traduzione di Andrea Rényi, postfazione di János Köbányai

Tra Gyuri e la sua famiglia l'incomprensione è totale. Allevato secondo i principi della Torah, e in un totale isolamento dal nonno Geremia, un rabbino ultraortodosso convinto che il contatto con i "pagani" contribuirà a «bruciare il popolo ebraico nel forno dell'esilio» -  parole terribilmente profetiche in un libro pubblicato per la prima volta nel 1937-, solo alla morte del vecchio il bambino torna dai genitori. Intelligente e fragile, Gyuri ben presto avverte il contrasto tra il modo in cui era vissuto fino ad allora, incentrato su una fede primitiva e assoluta, basata sulla verità e sulla purezza, e la nuova realtà, fatta di una religione ipocrita e di continui compromessi col mondo moderno. Inizia così a mettere in atto una ribellione che si fa sempre più scoperta. Nulla e nessuno si salva dalla sua analisi spietata e dissacrante e dalle sue continue provocazioni, mentre con la sua veemente logica infantile fa a pezzi il mondo degli adulti. Alla fine, incapace dell'obbedienza che il padre si aspetta da lui, Gyuri fugge di casa, mendica per le strade e precipita in una profonda forma di eccitazione che lo porta a rasentare la follia.

Scritto con una sensibilità che riecheggia Isaac Babel e Henry Roth, Azarel è una storia realistica e potente che ci racconta la vulnerabilità e gli eccessi dell'animo infantile, il contrasto tra fede e libertà, la ricerca disperata di quell'amore che non sarà mai trovato.

 - AZAREL di Karoly Pap (Fazi; pp.250; 16 euro) La storia commovente della ribellione di Gyuri al mondo ebraico dei genitori e del nonno. Un libro profetico, scritto nel 1937, che taccia l’assimilazione come una perdizione in grado di contribuire "a bruciare il popolo ebraico nel forno dell’esilio". La Stampa, 26/01/2009

«Se le culture assomigliano alle persone, nascono, crescono, fioriscono e muoiono - ci possono essere intensi episodi visionari nel corso simili a febbri. All'inizio del ventesimo secolo la cultura ebraica dell'Europa dell'Est deve aver avuto una simile febbre per produrre opere letterarie come quelle dei due Singer, di Chaim Grade, o quelle meglio conosciute di Kafka e Bruno Schulz. Ora possiamo aggiungere l'ungherese Kàroly Pap a questa luminosa lista»

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categorie: azarel
giovedì, 22 gennaio 2009

Attila József (1905-1937)

Preghiera per stremati

 

Viviamo per creare, non per lodare.

Né i nostri figli nascono

per onorare noi.

Padre Nostro, siamo i tuoi figli.

Crediamo alla buona intenzione della forza.

Sappiamo di essere benvoluti al tuo cospetto,

sia che tu abiti nel cielo o nel latte,

nel sorriso, nel sole o dentro di noi.

Anche Tu sai che se piangiamo,

se qualche lacrima scompiglia la luce del nostro viso,

nei nostri cuori sgorgano cascate,

ma siamo più forti delle nostre deboli esistenze,

perché i fili d’erba mai si piegano,

solo le spade, le torri e i verbi assassini.

Ora invece, stanchi,

cerchiamo nuova forza lodandoti

E flettiamo il ginocchio anche davanti a noi stessi dicendo:

Liberaci dal male.

 

Lo voglio.

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categorie: attila józsef
sabato, 17 gennaio 2009

Nonostante

"Credo riassuma un po' tutta la vita e tutto quello che facciamo, che facciamo quasi sempre, almeno le cose in cui crediamo e che ci danno senso, nonostante. Pare sia l'ultima parola pronunciata da Ibsen alle soglie della morte, dopo molti anni di stato quasi vegetativo dopo un ictus..."

Claudio Magris da DIZIONARIO AFFETTIVO DELLA LINGUA ITALIANA, a cura di Matteo B. Bianchi, Fandango, 2008

 

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giovedì, 08 gennaio 2009

Vladimir Nabokov, Disperazione

Specchi e velluti neri

È curioso che uno dei più grandi detrattori dell’opera di Dostoevskij fosse un altro grande russo, seppure uno della diaspora: Vladimir Nabokov. “Mediocre e sopravvalutato”, così l’autore di Pnin bollava il suo connazionale.
L’opera di Nabokov, a partire dall’anno del suo trasloco negli USA, è un inno d’amore per la lingua inglese. Egli aveva lasciato la Madre Russia, e i selciati di San Pietroburgo sui quali aveva giocato da bambino, dopo la prima rivoluzione russa, quella di febbraio del 1917 (la meno celebre). Con la famiglia si era rifugiato in Inghilterra, e aveva studiato al Trinity College di Cambridge; poi, Berlino nel 1922; poi, a causa del nazismo, in Francia, e nel 1940 negli Stati Uniti.
Aveva scelto di rinunciare al russo, alla sua ricchezza espressiva, alla sua dolcezza, docilità, libertà, agli specchi e ai velluti neri di quella lingua. Ne soffriva, eccome. Si era creato una lingua nuova, un suo personale inglese da innamorato [1], che solo lui sapeva suonare come uno Stradivari. La storia dello stile di Nabokov è in realtà il racconto di un amore viscerale per le parole, e (quante volte ho usato questa frase) se le parole sono amanti, i libri sono i figli della colpa [2].

Ah, quel russo! Quel russo!

Nabokov vedeva in Dostoevskij una superficialità immensa e totale: gli erano sgraditi la lingua, superficiale e frettolosa; i temi dei romanzi, da cronacaccia nera, da vita di bassifondi; gli intrecci, perversi, malati; persino la psicologia dei personaggi (D. è celebrato per tutti gli elementi della lista che ho appena fatto, tranne che per la lingua).
Tra i due vi fu l’equivalente di un duello: Dostoevskij aveva come arma la fama, ottenuta soprattutto nelle culture dell’Occidente; Nabokov aveva il vantaggio di mirare a un morto. Il critico letterario Nabokov fu corretto nelle intenzioni: attaccò il rivale a colpi di articoli e saggi, spiegò il perché del suo denigrare, fu puntiglioso nella demolizione del Grande Romanzo Scritto in Fretta. Lo scrittore e uomo Nabokov esagerò quando sparò un colpo di cannone contro il rivale: scrisse un intero romanzo, “Despair”, nel 1936, per parodiare “Delitto e Castigo”.
In questo romanzo, Hermann, il protagonista, è un calco perfetto di Raskol’nikov. Leggermente deforme, però. Commette un crimine e dice di farlo per avidità di denaro, ma dal suo stesso semi-delirio, che egli si premura di raccontare, il lettore è portato a intuire la vera motivazione: Hermann vuole realizzare il delitto perfetto e ricavarne il massimo godimento estetico possibile. Agisce per dimostrare una teoria, proprio come Raskol’nikov. E come il personaggio di Dostoevskij, Hermann si sente superiore a tutto il genere umano.
I due delitti paralleli, crimini perfetti nelle intenzioni, falliscono. Raskol’nikov viene prima sfiancato da un poliziotto (l’Autorità) e poi rimane scosso dall’innocenza di una prostituta (la Peccatrice), la quale gli rivela l’errore di essersi creduto superiore a Dio. Hermann aveva basato il suo piano criminoso sulla somiglianza tra lui e la sua vittima: la polizia doveva credere che il morto fosse proprio Hermann. Ma così non accade, e l’assassino deve nascondersi.
Raskol’nikov, dopo una crisi morale devastante, confessa tutto all’Autorità. Hermann scrive un romanzo giallo, come forma (estetica) di confessione. Rileggendo la sua stessa opera, Hermann scopre il difetto: ha dimenticato nell’auto della vittima un bastone che porta nome e cognome della vittima stessa. La polizia non crederà mai che il morto sia Hermann. Da qui nasce la sua disperazione (“Despair”): l’assassino-creatore-artista ha prodotto un’arte-delitto imperfetta.
La parodia è compiuta. Ma Nabokov non si ferma alla trama; ironizza ogni volta che può, su ogni dettaglio, a livello simbolico e inconscio, ma anche apertamente, a mo’ di sberleffo. Attacchi sotterranei, giochi sporchi intertestuali, polemiche in codice… Nel romanzo, Hermann tira molti colpi bassi al “famoso scrittore di thriller” chiamato “Dusty” (polveroso), che ha scritto opere quali “Crime and Slime” (“Delitto e fanghiglia”), e “Crime and Pun” (“Delitto e giochetto (di parole)”). Allude, irride, ma lo stesso narratore è una copia ridicola dell’oggetto del suo odio. Corto circuito parodico. Ecco, Nabokov scrive un intero romanzo solo per demolire un autore che considera sopravvalutato [3]. E spara a raffica non solo su “Delitto e Castigo”, ma anche su “Il Sosia” e su “Memorie del sottosuolo”. Come ha osservato Andrew Field [4], il secondo, inosservato cadavere del romanzo è proprio Dostoevskij.
Perché tanto odio, se di odio si tratta? Nabokov scrisse una volta che un artista non commetterebbe mai un delitto, perché avrebbe sempre una scelta migliore: scrivere un romanzo [5]. Allora questo regolamento di conti riguarda la concezione dell’arte. Nabokov crede nell’Arte Pura, quella che non serve a niente, vale a dire l’Arte che non serve alcuna causa e basta a sé stessa. L’arte è bella, se è bella, perché è bella (proprietà riflessiva). Quelli come Dostoevskij, che la piegano al servizio di Dio, della Redenzione, del Miglioramento dell’Uomo, sono gente indegna, servitori di altro, non certo dell’Arte. D. aveva anche l’aggravante di essere russo come lui.

Apollo contro Dioniso

Nabokov ammirava gli scrittori russi, tranne Dostoevskij. La sua non era una polemica di campanile, né una battaglia fallimentare: aveva una enorme cultura, era dotato di genio critico, insomma poteva permettersi quella guerra. Voleva ridurre la fama di quello scrittore di cattivo gusto e pessima qualità, voleva demolire la fama di Dostoevskij in Occidente, fama che di riflesso era giunta anche nell’Unione Sovietica. Già: quella antica Madre Russia, ormai irriconoscibile, rovinata dal comunismo, che, a detta di Nabokov, aveva distrutto la cultura e il genio russi. Persino il comunismo stava riscoprendo Dostoevskij. Un regime totalitario e repressivo si stava mangiando l’Arte Pura, l’Ordine dettato dalla Bellezza, e la stava sostituendo con l’Arte impura di uno scrittore mistico, caotico, turbolento e malato.
La lotta di Nabokov lo spinse a riscrivere “Despair” a distanza di trent’anni dalla prima stesura. Tanta energia, tanto acume, per una causa antica: il contrasto tra l’arte apollinea e l’arte dionisiaca. Purezza, bellezza, cielo, contro fango, bassifondi, caos. Un contrasto che, nella storia dell’umanità, ha prodotto più capolavori, da una parte e dall’altra, che infamie. Un contrasto in cui non è affatto necessario prendere posizione. Ci si può sdraiare su una collina, ammirare la battaglia, e leggerne i risultati più belli.

Note

[1] “Dopo che la Olympia Press, a Parigi, ebbe pubblicato il libro, un critico americano suggerì che Lolita fosse la cronaca della mia storia d’amore con il “romantic novel”. Sostituire “lingua inglese” con “romanzo romantico” renderebbe questa elegante formula maggiormente corretta”. Mia traduzione, l’originale può essere rintracciato tra l’altro qui:
http://en.wikiquote.org/wiki/Vladimir_Nabokov
Non traduco “romantic novel” perché pare che non sia traducibile. Non spiego perché: le note nelle note (nelle note nelle note) mi stuzzicano, ma ti renderebbero ancor più pigro, mio caro lettore. Va’ e approfondisci.
[2] http://www.grenar.info/cgi-bin/images.asp?id=6
[3] Dostoesvkij non fu l’unico obiettivo delle critiche, sempre acute, di Nabokov. Un’altra vittima illustre ad esempio fu Cervantes (il suo “Don Chisciotte” deve la fama non al testo in sé ma alle riletture dei moderni, questa la tesi principale). Opere: “Lectures on Literature”, 1980; “Lectures on Ulysses”, 1980; “Lectures on Russian Literature”, 1981; “Lectures on Don Quixote”, 1983.
[4] Andrew Field, “Nabokov: His life in Art”, 1967.
[5] Ahimè, non trovo più la fonte di questa citazione, citata a memoria. Dovesse essere un caso di falsa memoria, mio puntiglioso lettore, non citarmi in giudizio.

Prima stesura 11-03-2007
Ultima revisione 18-05-2007

http://www.grenar.info/cgi-bin/articles.asp?id=35

postato da: EditDomjan alle ore 10:41 | link | commenti (6)
categorie: disperazione, nabokov
martedì, 30 dicembre 2008

Ancora "La Fortezza"

La fortezza di Robert Hasz - Premiazione

 

Alla fine questo avvincente libro è stato il più votato dai circoli e quindi il vincitore. L'incontro con l'autore è stato molto interessante e mi ha permesso di capire meglio il libro. Intanto ha ammesso di conoscere Il deserto dei tartari ma di essersi ispirato più alla Montagna Incantata di Mann... e io mi sono vergognata per non aver letto nessuno dei due! Dovrò rimediare...

Confesso che avevo letto il libro in versione rilassata e forse un po' superficiale perdendomi profondi risvolti storici. L'autore è Jugoslavo rifugiato in Ungheria e ha spiegato che la fortezza in un certo senso rappresenta il mosaico multiculturale che era la ex Jugoslavia e la sua disgregazione. Alla domanda sulla necessità di scrivere per il suo paese d'origine magari anche per raccontare della guerra, ha risposto malinconicamente che non c'è nessuno che abbia voglia di leggere di questo tema...

Un momento molto simpatico è stato quando ha raccontato  che non sapeva più come concludere il libro, perchè alla ricerca di qualcosa che sorprendesse il lettore! La risposta gli è venuta quando la moglie ha aperto una scatola con i suoi ricordi e dentro vi era una medaglia con le fattezze di Tito... e non posso aggiungere altro per non rovinare la lettura...

Bella serata.

Stefy

 

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sabato, 20 dicembre 2008

Károly Pap, AZAREL

Scandalosa infanzia. Gyuri é stato promesso dai genitori al nonno Geremia, che lo educherà secondo i criteri dell'ortodossia ebraica, alla luce della Torah. Alla morte del nonno tornerà dai genitori, si troverà inerme di fronte al mondo, un cumulo di ipocrisie e vanità. Si ribellerà contro i genitori, farà terra bruciata intorno a sé, fuggirà e mendicherà. Un puro di cuore alla vigilia della tragedia.

Fazi, gennaio 2009

Da la Repubblica delle Donne, 20 dicembre 2008

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giovedì, 18 dicembre 2008

Edit Domján

DE
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giovedì, 04 dicembre 2008

Premio

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