Krisztina Tóth
L’uomo disabitato
(Linea di confine)
Pensavo di partire giovedì, ma poi non ce l’ho fatta. Sono andata a Kecskemét solo la domenica, troppo tardi. Non ho potuto dirgli addio. Quando sono arrivata, sostavano in quattro vicino al corpo. era una giornata estiva afosa, eppure non aprivano la finestra, come se si fossero sentiti in imbarazzo per l’odore nauseabondo, reso ancora più pesante dal vapore tiepido proveniente dalla cucina.
Lo osservavo intimidita, notavo che i morti si somigliano sin dai primi momenti, figurarsi dopo. Strano, non riesco a rievocare il dolore, né la questione improrogabile che mi ha fatto posticipare il viaggio. Mi ricordo solo il disagio, la goffa impotenza assieme ai parenti commossi e taciturni. Le mani giunte, lo sguardo vuoto, il mio corpo nella posizione di chi sta ascoltando un’orazione, la stessa che avevo da bambina sulla banchina della metropolitana, quando sdraiarono sulla panca una signora anziana morta, dal viso giallo. Era una vecchietta, questo è invece un vecchietto. Ovvero nessuno ormai, solo una casa disabitata, un manichino vuoto: l’anima tornata a casa.
C’erano sessant’anni tra noi due. Quando lo vidi vivo per l’ultima volta, tre settimane prima della tardiva e ultima visita, parlava ormai solo a malapena. Curioso che con la sua decadenza prima inavvertita, poi sempre più veloce anche la casa, il giardino sembravano disfarsi. I centrini stavano sui tavoli come prima, anche la porta d’ingresso, come sempre, era tenuta aperta dal seggiolino dipinto di rosso, eppure qualcosa era cambiato, era diversa la discreta coreografia dell’arrivo e della partenza, il sapore delle pietanze, nelle pieghe metalliche delle posate si depositava la sporcizia, nelle camere aleggiava uno strano odore. Soprattutto nella sua. Giaceva in un letto di acciaio che si poteva tirare su, sotto una coperta a quadretti. Ero sorpresa di vedere quanto fosse piccolo il corpo dai contorni tracciati come schegge, mentre il suo modo di parlare era lento, fiacco, come se le parole avessero perso la loro forma: comunicava quasi soltanto con lo sguardo, con gli occhi divenuti enormi, umidi e luccicanti di azzurro.
- Quanto resta?
Finalmente capivo cosa stava domandando. Non volevo avvicinarmi di più, perché mi disturbava l’odore delle medicine e del borotalco, la schiuma dell’angolo della sua bocca, non volevo vedere da più vicino il cranio che traspariva attraverso la pelle.
- Non posso rimanere -, scossi la testa.
Chiuse gli occhi come se stesse riflettendo sulla risposta. Non ero mai rimasta prima, arrivavo sempre la mattina per ripartire con il treno della sera, non capivo allora, perché lo stesse chiedendo. Come se non sapesse che devo andare via.
Poi all’improvviso alzò lo sguardo e fece cenno di avvicinarmi. Mi sollevai dalla sedia e porsi l’orecchio vicino la sua bocca. Era del tutto inverosimile quello che sentivo. Prima avvertii solo il ritmo della frase, qualcosa come “mi metta la coperta”, ma guardandolo in viso e incrociando i suoi occhi capii che aveva detto esattamente quello che avevo sentito.
Mi dia un bacio.
Ero in piedi in una posizione scomoda, lo sovrastavo mentre lui con una mano, con una forza bramosa e agonizzante stringeva il mio braccio. Mi raddrizzai, allontanai la sua mano e tornai a sedere.
Senza risposta, come se non avessi udito nulla.
C’erano sessant’anni fra noi, sarebbe potuto essere mio nonno. In un certo senso lo era: ascoltavo le sue storie, ammiravo i suoi quadri, gioivo per le sue lodi. Ora invece sedevo spaventata, vergognosa vicino a lui e guardavo fuori dalla finestra. Oh Gesù, cosa vorrà mai. Avevo vent’anni, ero ignorante, una semi-adulta presuntuosa. Non capivo cosa si aspettava, che voleva un bacio d’addio, perché eravamo sulla banchina e lui sarebbe partito dopo pochi minuti, che il bacio non lo voleva da me, donna, ma da un essere vivo; che lui, che si stava preparando alla morte, voleva ricevere un ultimo regalo, qualcosa di meravigliosamente impossibile – e lo voleva proprio da me.
Nel frattempo entrò la zia Edit. Diede dei colpetti al cuscino intorno alla sua testa, tirò più su la coperta, chiese se doveva aprire la finestra. Pupattolo, così chiamava il vecchio, con un nome per me bizzarro anche prima, ma ora decisamente imbarazzante, perché se da moglie lei era la madre di questo malato e di questo piccolo corpo anziano, allora chi mai potevo essere io. Mi sentivo a disagio come se mi avessero colto in flagrante. Sapevo poco sull’appartenere a qualcuno, ancora meno sulle separazioni, o per lo meno troppo poco per immaginare che lei voleva quello che desiderava suo marito, che da molto, moltissimo tempo loro erano la stessa persona in due corpi, solo che l’uno rimane ora a letto, mentre l’altro va nella camera da pranzo a servire il brodo fumante.
Mangiavamo in silenzio. Già alla prima occhiata vidi che c’era un problema. Non osavo però dire nulla, semplicemente non era possibile. Cominciai a sudare in fronte, la nausea mi saliva in gola e provavo a immergere il cucchiaio nel brodo in modo da fare mulinello, per allontanare i piccoli vermi. Non riuscivo, ne rimaneva sempre qualcuno e sarebbe stato imbarazzante toglierli con le dita. Oddio.
- Non ti piace, tesoro?
Mi ricordo solo l’attimo in cui tastavo per trovare la corda dello sciacquone, mentre guardavo nella tazza il deposito giallognolo del calcare e provavo a espellere con il vomito la morte, l’odore delle piante medicinali, quello del brodo di carne e con la fronte poggiata al muro gemevo che va tutto bene, sarà stata l’alzata di buon ora e il viaggio.
Poi sono in un altro bagno, di fronte a uno specchio rotondo, con la cornice bianca, guardo il mio viso più vecchio di quindici anni, mentre abbasso piano l’asciugamano. Ho trentacinque anni, so qualcosa sulla nascita, ancora terribilmente poco sulla morte, almeno ora lo sento così e per questo ho dovuto lavarmi il viso con l’acqua fredda: per non piangere.
E’ morto un amico.
Ha avuto una morte lenta e difficile, era diventato sempre più piccolo, mentre il bambino accanto a me cresceva.
Non scrivere della parte bassa e piccola del corpo, avvolta nel pannolino.
Ora è nella stanza di là, accanto a lui il suo amore, anzi, i suoi amori, stanno seduti tenendogli la mano, gli accarezzano la fronte.. torno al letto matrimoniale, la ragazza alla sinistra sta piangendo. Mi siedo, guardo, sto dicendo addio fra me e me. La ragazza indica, devo toccargli la mano che è fredda, mentre sotto le ascelle è ancora caldo, l’anima si annida là, è lì il suo ultimo rifugio, da lì se ne va per ultimo. E di là a casa. E’ vero, infilo la mano, delicatamente, come se sedessimo intorno a qualcuno che dorme, eppure il corpo dormiente è disabitato, l’anima è tornata a casa. Avevamo la stessa età, sarei potuta essere io, ma io vivo, io sono viva, ho un figlio, ho un figlio, ho un figlio.
Ha quattro anni. Mi accovaccio da lui e ascolto quello che dice. Chiama sempre disabitati i senza tetto. La mattina, quando attraversiamo il sottopassaggio di piazza Lujza Blaha, guarda i corpi sudici, straziati che respirano con affanno sui cartoni. Vedo che è dispiaciuto, non lo trova giusto, anche se lo spettacolo è parte della sua vita, tanto che con Robi, che la mattina fruga nell’immondizia vicino a casa nostra, scambiamo due parole regolarmente.
- Perché disabitato? – domando.
Nel sottopassaggio la folla quasi ci trascina via, lui e me, accovacciata davanti a lui. Pensa.
- Perché non ha un lucchetto – risponde
Capisco. Mi raddrizzo, proseguiamo. Non ha un lucchetto, non ha nulla da chiudere con un lucchetto, non ha una porta, di conseguenza nemmeno una casa che si aprirebbe con la porta inesistente. Non sono sicura che mio figlio la intenda così, ma non ne vuole più parlare, ha messo il lucchetto sulla sua bocca. Pupattolo.
Vediamo Robi tutte le mattine, si dà da fare verso le otto intorno ai contenitori della spazzatura. Robi gira su una sedia a rotelle che porta il più vicino possibile, poi si lancia in avanti, tira su il tetto e reggendosi con le braccia muscolose si tira su dalla sedia. Robi non ha le gambe. Ha delle spalle possenti, si tiene con una mano all’estremità del contenitore, mentre con l’altra rovista all’interno. Quello che trova lo butta fuori e dopo con un bastone fruga nel mucchio per vedere se c’è qualcosa di riutilizzabile. Rimane appeso per un minuto o due, poi salta dentro la sedia di nuovo, gli trema il braccio. Quando si tira su, d’estate a volte si vedono i due moncherini. I pantaloni sono macchiati dietro, si vede che non sempre riesce a scendere in tempo. Una volta d’estate, quando il pulitore ha lavato i raccoglitori, che stavano asciugando con il tetto aperto, dovevo buttare la sabbia del gatto. La sedia a rotelle stava là, ma non vedevo Robi da nessuna parte. Quando mi sporsi mi arretrai all’improvviso per il cattivo odore della condensa. Robi stava in piedi là dentro, anzi, sarebbe stato in piedi se li avesse avuti. Insomma stava dentro e stava sfogliando dei vecchi numeri di Playboy. Per poco non gli buttaii la sabbia in testa. Gli domandai spaventata cosa stesse facendo là dentro e lui, con la voce più naturale e senza nemmeno alzare lo sguardo mi rispose che stava leggendo. Riuscirà a uscire? – gli domandai. Mi gettò un’occhiata di tale disprezzo da farmi diventare rossa, soprattutto perché, anche se lui non poteva intuire, stavo pensando di scattargli rapidamente una foto: Uomo senza gambe nel cassonetto dell’immondizia. Ci si potrebbe anche abitare, aggiunse, mentre riprese a leggere Mi immaginavo: un lucchetto al cassonetto.
Tutto questo è successo d’estate, ora è autunno, fa fresco e il marciapiede è coperto di foglie.
Guardo la ruota della sedia, da ieri c’è stato un cambiamento. Robi ha legato sui raggi dei pezzi di lacci delle scarpe colorati, verde neon e pink, camminando si fondono in una striscia colorata. Gli deve essere costato molta fatica, ma ne è valsa la pena. A mio figlio piace molto, fa ciao con la mano a lungo. Lo saluto anch’io e nel frattempo penso al viso di Robi, al suo colorito: perché mi ricorda tanto qualcuno. O meglio, qualcosa. Si, ecco, il vecchio corpo morto, il cranio giallo. Il viso di Robi somiglia a un cranio, morirà presto – sicuramente prima dell’arrivo dell’inverno.
Venerdì devo andare a Kecskemét. Da quando è morto il Vecchio non ci sono più stata. Sul treno però ho la sensazione di andare da lui. Il paesaggio è autunnale, con corvi in volo, la nebbia fluttua sopra la terra arida. Osservando le varietà del marrone e del grigio e il vortice di fumo denso di origine sconosciuta medito su dove è il confine, se c’è una linea di confine fra la vita e la non vita, la vita e la morte, se c’è una linea da poter determinare; rifletto sui vivi e sui morti, sul fatto di non aver imparato nulla, di essere diventata solo più vecchia anno dopo anno e dov’è finito il mio orgoglio, cosa è rimasto al suo posto, che cosa è quello che non è cambiato e per il quale nemmeno ora bacerei colui che parte per l’ultimo viaggio.
Al ritorno perdo il treno del pomeriggio, devo aspettare per ore. Passeggio nel parco accanto la stazione e mi siedo su una delle panchine del parco giochi. Un padre infreddolito, probabilmente della domenica, sorveglia suo figlio in tuta che trasporta instancabile della ghiaia sullo scivolo. Il padre interviene ogni tanto con brevi frasi di comando per dirgli di non continuare, ma il bambino – avrà l’età del mio – non gli bada nemmeno. L’uomo si gira, sta fumando, circonda con il dorso arrossato della mano la sigaretta. Ho freddo.
Il bambino si stanca del gioco con lo scivolo, si infila in un tubo colorato, inventato per bambini più piccoli di lui, vi passa un po’ di tempo, poi esce. Dalla sua mano pende un tampone, lo fa vedere a suo padre. Il padre lo getta via irritato e si avviano verso casa.
Entro nella sala d’attesa con i mosaici, perché sta calando il buio, fa freddo e c’è da aspettare ancora molto per il treno. Mi siedo su una panchina, qui almeno c’è il riscaldamento, guardo le pubblicità. Arriva trascinandosi un senzatetto con la stampella, va al secchio dell’immondizia verniciato di bianco che sta nell’angolo e lo fissa a lungo. Sul lato della pattumiera c’è una scritta fresca, sagomata e dipinta di blu: Siamo in Europa, rispetti l’ordine e la pulizia. Il senzatetto tira giù la lampo e vi urina dentro, in parte per terra. Poi si allontana zoppicando, si sdraia nell’angolo su una panchina, si raggomitola e si addormenta.
Sento ancora molto freddo, pian piano comincio a invidiarlo, mi allungo sulla panchina e sonnecchio con la borsa sotto la testa, infilando la mano infreddolita sotto l’ascella: è il punto più caldo. Il tempo non passa, non ho voglia di leggere, sono stanca. Siamo sdraiati da una decina di minuti quando entra un addetto alle ferrovie con una busta di plastica in mano. Scruta con attenzione in giro, poi spegne il neon.
Si vede che qui non c’è nessuno.
Iván Mándy
SOPRABITO
(Dalle leggende di piazza Teleki)
- Desidera, signorina?
Un vecchio sorridente con i baffi bianchi stava davanti a Irénke sulla porta della bottega. Accanto a lui c’erano due manichini e dentro la bottega da una barra di ferro pendeva una lunga fila di abiti femminili colorati simile a un grazioso ponte allegramente sospeso.
Irénke trovava nel vecchio una figura familiare, come se avesse già parlato con lui altre volte. Non si meravigliava affatto che, scendendo le scale, l’avesse presa per un braccio e portata dentro la bottega. Continuava a sorridere, con il viso proteso verso quello di lei.
- Non la lascerei andare altrove. Qui, dal vecchio signor Blúz può trovare tutto. Sa che somiglia a mia figlia? Forse ha la sua corporatura, ma lei è un po’ più esile. Dunque, cosa desidera?
Irénke spiegava.
- Vorrei un soprabito, rosso. Sono stata già in tanti posti, in via Népszinház, nella Grotta del Drago. Da lì sono arrivata qui, in piazza Teleki.
- Come? Nella Grotta del Drago? – il signor Blúz aggrottava le sopraciglia spesse e grigie. – Nella Grotta del Drago da Prokesch e Mattanowich? Quelli vendono solo stracci e si fanno pagare caro, non si può dire che abbiano molti scrupoli. La moglie di Prokesch fa la soubrette, la soubrette… ci sarebbe molto da raccontare! Insomma è scappata di casa e lavora in un locale di infimo ordine. – Allora un soprabito? Rosso, naturalmente. Proviamone uno.
Entrò una donna alta, dai capelli neri. Lanciò un sorriso a Irénke e uscì. Un uomo basso e calvo stava passeggiando davanti al negozio in camicia bianca. Guardò un attimo dentro. Come una scimmia, pensò Irénke, ora si mette a saltellare. – Oh, ma questo é…
- Giallo – disse il signor Blúz. – E’ un soprabito giallo.
Irénke non si capacitava come mai avesse già il soprabito addosso. Stava davanti allo specchio nel soprabito giallo. Accanto a lei il signor Blúz, la donna con i capelli neri e l’ometto basso e calvo. Parlavano tutti ma Irénke sentiva solo Blúz.
- … e poveretta stava andando da Prokesch e Mattanowich! Per fortuna non da Sárdi, meno male proprio! Perché quello è pure scortese. – Si giri, per favore! – Come? Chi è Sárdi? Lo sappiamo benissimo. Era un semplice agente, è stato dentro per qualche affare sporco e dicono che durante la guerra abbia fatto la spia, l’informatore, ma io l’ho solo sentito dire, poi ha sposato una donna ricca e ora vuole ammazzare sua moglie, la sta facendo impazzire. Di notte la tira giù dal letto per farle preparare una frittata. Ha certe pretese, vere manie, perché torna a casa ubriaco.
Fecero fare una giravolta a Irénke, poi le fecero fare un passo di lato come in una strana danza. Nel frattempo lei pensava al suo fidanzato e al loro appuntamento alle sei davanti al cinema.
All’improvviso le strapparono via il soprabito giallo.
- Era stretto al collo – fece cenno Blúz con la testa. – Dico sempre quando c’è un problema, io non imbroglio nessuno. Ne proviamo un altro. Abbiamo tempo, non è vero? Allora questo rosso.
Girando di lato Irénke vide una vecchia. Stava seduta su una sedia da giardino dietro, accanto ai paltò, nell’angolo buio, vestita di nero. Risaltava solo il suo viso, e le due mani gialle poggiate sul bracciolo della sedia. Stava seduta in silenzio. Dietro di lei si avvertiva un lungo corridoio stretto pieno di manichini vecchi, logori e vestiti consunti. – Ed era tanto strano sentir venire da fuori una voce piena, allegra.
- Domani andiamo in piscina!
- Mio figlio va matto per il nuoto – disse Blúz. – Ha vinto anche un campionato scolastico. Io ormai gioco solo a scacchi, a scacchi e a domino. E a poker.
Irénke guardava ancora la vecchia. Come se gli altri non la vedessero nemmeno. Chiude un occhio e d’un tratto la bottega vola via con tutti quei capotti colorati e con il signor Blúz.
- E devo ancora comprare i biglietti!
- Come cara? – Blúz si sporgeva verso Irénke infilando una mano dietro sotto il soprabito.
La ragazza arrossì. Come ha potuto svelare la cosa dei biglietti? Ora però racconta al signor Blúz.
- Il mio fidanzato se la prende tanto comoda che persino i biglietti del cinema li devo comprare io. E’ un caro ragazzo, bravo, ma poltrone. E se è così ora come sarà più in là?
- Dipende tutto dall’educazione!
Era la donna con i capelli neri a parlare. Tirò leggermente avanti la manica del soprabito.
- Credo che sia largo. Gli uomini vanno educati.
Dietro sollevarono in due l’orlo del capotto, come se volessero gonfiare la ragazza per farla volare via. La donna con i capelli neri le passò la mano sul viso e quel tocco la fece sentire assonnata. Quasi non avvertiva che le stavano tenendo il braccio facendole fare delle giravolte. Come se stesse scivolando pian piano in una vasca d’acqua calda.
Il signor Blúz le sussurrava in un orecchio.
- Se fossi più giovane solo di dieci anni!
Irénke cominciava a ridere e d’un tratto aveva addosso la giacca di un completo verde con u foulard giallo sul collo.
- Ma non intendevo questo!
- Gliela stiamo facendo provare solo per la misura.
Da fuori si udiva un rumore simile al battito di lastre di latta. Qualcuno lanciò un grido verso l’interno.
- Signor Blúz, l’aspetto stasera da Szimplicsek!
Irénke allungò la mano verso il foulard, ma improvvisamente glielo strapparono via. Il signor Blúz la spogliò anche del completo. Lei aspettava che le mettessero addosso di nuovo qualcosa. Forse una mantellina leggera o un impermeabile, una giacca a vento, un turbante, e ancora uno scialle. – Le sembrava di stare sul trenino del luna park che passa sotto le gallerie e a ogni curva compaiono e scompaiono facce sempre diverse.
Blúz parlava.
- Che uomo gagliardo ero prima del matrimonio! Cominciavo il pomeriggio al café Szimplicsek. Mi aspettavano già i ragazzi. Biliardo fino a sera, poi ci trasferivamo alla Corona di Latta, una magnifica osteria in piazza Mátyás, nessun altro serve una grappa così buona. Alla fine la mia fidanzata mi trovava in una bettola di Józsefváros. E cosa pensa, cara signorina, cosa le dicevo? – Va a casa, mughetto mio, vattene luce dei miei occhi, testolina vuota, altrimenti ti tiro appresso qualcosa! - E si, facevo la bella vita, ma poi… - Fece un cenno con la mano.
Irénke aveva addosso di nuovo il soprabito rosso. La girarono e davanti a sé aveva l’uomo basso e calvo. Non riusciva quasi più a capire perché stessero parlando del suo fidanzato.
Il basso e calvo metteva le mani sulla vita della ragazza, poi le faceva scivolare più in alto. All’improvviso aggiustò una grinza sul cappotto.
- Ecco, forse questo andrà bene.
Girarono di nuovo Irénke. Lei sembrava smarrirsi in queste giravolte. Inclinava languida la testa in avanti, le braccia pendevano rigide ai lati. – Sopra di lei sulla barra di ferro cominciavano a dondolare lentamente gli abiti femminili colorati e da loro sporgevano dei fiori. Ma no, non erano fiori, bensì visi di donna che ridevano. Le sembrava di sentirle.
- Oh cara, cara…
Irénke scoppiò in una risata. Felice, come se nulla più la preoccupasse. La donna dai capelli neri la accarezzò. Come un vitellino obbediente piegò la testa nel palmo di lei.
- Cara signora…
Alzò lo sguardo e vide Csengö e Bengö, quei due simpatici personaggi di cui ha letto tante volte sulla rivista Aller. Da dove saranno arrivati? Csengö stava davanti a lei in un lungo mantello nero, con scarpe di lacca dalla punta schiacciata e il tracagnotto Bengö aveva un cappotto verde legato con lo spago.
Csengö e Bengö afferrarono le braccia della ragazza e le sollevarono. Fecero toccare le dita delle mani sopra la sua testa. Le cadde una ciocca davanti, sul viso, poi le sue ciocche si scomposero, ma la sensazione provocata non era affatto spiacevole.
Infine Csengö e Bengö la lasciarono andare. Uscirono muti come erano entrati.
- Sta provando un vestito dietro l’altro, ma non sa scegliere. Alla fine che vuole comprare?!
La voce era severa e Irénke si spaventò. – Un rosso, un rosso…
Il vecchio Blúz scuoteva la testa beffardo.
- Un rosso, un rosso … Ma se ce l’ha addosso già da tanto, cara signorina, il soprabito! Che bisogno c’è di provarlo tanto a lungo? Far perdere tempo agli altri!
- Come se non avessimo altro da fare – disse la donna con i capelli neri.
E il bassotto calvo:
- Comanda tutto intorno, mentre racconta la storia della sua vita.
- Ma io davvero no…
- Non ha nemmeno raccontato nulla, non è vero? – Le sopraciglia spesse del vecchio Blúz si contraevano davanti a Irénke come se da un momento all’altro volessero saltarle addosso. – Non ha forse menzionato il suo fidanzato? Che è un tipo pigro, grossolano, buono a nulla, incapace e solo Dio sa cos’altro. Le fa pure comprare i biglietti del cinema, anche al teatro vanno solo una volta al mese perché ama risparmiare quel caro spilorcio! Ci ha intrattenuto con questi racconti e ci ha persino chiesto dei consigli. Forse per il soprabito dobbiamo anche educare il suo fidanzato?
- Ognuna ha il fidanzato che si merita – disse la donna.
Circondarono Irénke in tre. Lei non riuscì neppure a muoversi. Il suo viso divenne rosso come un palloncino. Fece un gesto per posare il soprabito, ma Blúz le afferrò il braccio.
- Vuole toglierselo, restituirlo? Andarsene con tutto il comodo per comprare altrove! E noi possiamo esser contenti che una signorina di mondo si è degnata di parlare con noi, poveri, miseri bottegai senza il becco di un quattrino. Si è abbassata a rivolgerci la parola.
Il calvo mise le mani in tasca.
- Anche noi potremmo avere un negozio al Centro, di sicuro! Ma noi non vogliamo imbrogliare, abbindolare i clienti. E’ anche vero che non sappiamo lusingare, ammaliare. Diciamo pane al pane, vino al vino.
- Se vi ho offeso, se per caso vi avessi offeso … - balbettava la ragazza. Gettò uno sguardo all’indietro verso la vecchia e la voce le si strozzò in gola.
La vecchia pendeva gialla, immobile tra i vecchi cappotti come una lampadina su un filo sottile. Sembrava che volesse fare un cenno ai paltò, alle giacche, ai loden che avrebbero assalito Irénke.
Il signor Blúz alzò la mano.
- Vuole forse tornare alla Grotta del Drago da Prokesch e Mattanowich?! Prego, si accomodi!
Come per incanto i vestiti da donna presero a fluttuare sulla barra di ferro, i cappotti allungarono le loro maniche scure, i pantaloni allargarono le gambe. – Sembrava che volessero aggredire come mostri del sottosuolo.
Irénke si afflosciò all’indietro fra le braccia di Blúz. Il vecchio la prese sotto le ascelle e il piccolo calvo la afferrò per le gambe.
Blúz e suo figlio tennero la ragazza come se la volessero immergere in un fiume scuro. La alzarono un po’, poi la abbassarono dondolandola su e giù. D’un tratto la stesero completamente, poi la piegarono fino a farle toccare la fronte con il ginocchio.
Blúz e l’altro si scambiarono un’occhiata sopra il corpo ripiegato su se stesso. Lo allungarono per piegarlo di nuovo. Alla terza volta avevano in mano ormai solo un vestito da donna, un vestito da donna vuoto e penzolante.
Blúz, il vecchio Blúz gettò il vestito sull’attaccapanni come se fosse una pelle da far seccare, gli diede qualche colpetto e lo scaraventò sulla barra di ferro fra gli altri.
La vecchia si alzò piano dalla sedia da giardino come se le sue membra si sollevassero ognuna per conto suo, e disse:
- Chiudiamo.
Orsolya Karafiàth
I confini della baia
(Cefalù, agosto 2000)
La falesia si è quasi rinchiusa,
il sole forma una baia, secondo le luci.
Ogni gesto segnala una boa, ora:
fino ad essa, non oltre. Poi di nuovo fin qui.
Nuotare quasi immobile.
Nel mare aperto, se c'è pericolo.
Acque eccitanti, oltre confine;
non serve neanche l'onda, travolgo me stessa.
E ci sarà un dopo, quando il colore della notte
Come il vino di mandorle, trasformato in sorsi freschi.
Dipinge la mia ombra nelle orme nella sabbia:
pulizia di rive delineate dal fango.
E nemmeno qui riesco ad amarti bene.
Ho il piede freddo, gela la piscina fresca.
La falesia è quasi richiusa
un cielo terso perchè possa dilatare il suo specchio.
Attila József 
(poeta ungherese, 1905-1937)
Il dolore
Il dolore è un grigio taciturno postino,
col viso scarno e gli occhi celesti,
lisa la giacca scura e la borsa
che gli pende dalle gracili spalle.
Nel petto gli batte un orologio malandato.
Sbuca timido per le strade,
cammina lungo i muri delle case,
scompare in qualche porta.
Poi bussa: ecco una lettera.