Forse un decimo di metro cubo d’aria –
tanto ricavi dal nulla delimitato,
tanto è: esistere – mangiare – bere – credere,
il tempo verbale asservito alla materia,
quel non-c’era e c’è, che per loro è lui,
per te è io, per me è tu, per noi è noi,
tanto ricordo e tanto albume, tanto è
la salvabile e salvatrice
fugacità. E’ il solo-tu, questo solo-noi.
Ti guardo, e già risento l’aria che travolge
il posto dove erano il tuo viso, il tuo braccio, il tuo grembo,
ciò che sei e continuerai ad essere l’innominabile
e l’impronunciabile, come il dio,
l’Eterno Unico.
2
Io mi son un che guarda da millant'anni
ciò che all'istante vede.
Un attimo, e lì è la totalità del tempo
che centomila avi guardano unitamente a me.
Vedo ciò che non hanno veduto perchè zappavano
uccidevano abbracciavano, facevano il dovuto.
E immersi nella materia loro vedono
(devo confessarlo) ciò che io non vedo.
Sapevano l'uno dell'altro cose come gioia e tristezza;
a me il passato, a loro il presente.
Scriviamo versi - loro che tengono la mia matita
e io li sento, me ne ricordo.
Szabolcs Benedek
Viaggio di studio
Nell’anno delle Olimpiadi di Berlino Mátyás Schulz senior fu invitato a fare un viaggio di studio in Germania. In tutto il Paese furono selezionate due dozzine di ragazzi ritenuti con ogni probabilità sensibili agli ideali del Terzo Reich. Furono forniti di bei vestiti, dovettero frequentare un corso intensivo di tedesco per migliorare la loro conoscenza della lingua appresa a casa e dopo averli fatti salire sul treno alla stazione dell’Est di Budapest dovettero arrangiarsi da soli.
«Ragazzi in gamba, contadini intelligenti, di origine sveva» pensavano gli ideatori del viaggio «vanno in visita nella patria dei loro avi, non ci saranno problemi.»
Mátyás Schulz senior nacque nel piccolo villaggio di Nagykörü, prima di partire per la Germania a malapena uscì dai confini del suo paesino, era stato qualche volta solo a Szolnok. Suo padre, Lóránt Schulz, era membro del Partito Unitario[1] e come tale incondizionatamente fedele al primo ministro Gömbös[2]. «Si può guardare solo con ammirazione alla Germania» diceva a casa, quando dopo gli impegni del giorno la famiglia si ritrovava insieme a cena. Aveva generato anche due figlie oltre a Mátyás Schulz senior, a loro però trasmetteva solo le idee di base e i consigli più importanti, mentre con il figlio entrava nei dettagli. Mátyás Schulz senior ascoltava i suggerimenti paterni, alle domande che richiedevano consenso rispondeva con “si”, ma non mostrava molto interesse verso le cose del grande mondo. Gli piacevano i motori, i pochi trattori esistenti allora a Nagykörü e nei dintorni e le automobili che viaggiavano abbastanza numerose sulla strada statale che attraversava anche Szolnok e con le quali persino il governatore[3] e la famiglia si recavano nel loro rifugio di Kenderes.
«Gyula Gömbös di nuovo ha detto il giusto» disse Lóránt Schulz quando sentì l’idea del primo ministro-capo del partito sul viaggio di studio di ragazzi di origine sveva in Germania finanziato dallo Stato. Ed era infinitamente contento che suo figlio poteva essere uno dei fortunati. A Mátyás Schulz senior balenò in mente che per la prima volta nella sua vita avrebbe varcato il confine ungherese, anzi, avrebbe potuto vedere Budapest, un’esperienza che nei suoi diciassette anni di vita non gli era mai capitata. Perché il corso intensivo di lingua si tenne proprio là.
Sebbene il primo ministro Gömbös nel suo zelo assoluto avrebbe preferito far varcare ai ragazzi svevi la frontiera direttamente a Hegyeshalom, per permettergli di entrare nel Terzo Reich dall’Austria recentemente annessa, il rapido di Berlino scelto per il viaggio giunse in terra germanica attraversando la Cecoslovacchia dallo status al momento ancora incerto. I ventiquattro giovanotti erano attesi al capolinea dall’ambasciatore del Regno d’Ungheria e da un consigliere degli Esteri tedesco. L’alloggio era in un bell’albergo di recente costruzione (l’ambasciatore lo definì ostello della gioventù) e subito il giorno dopo poterono assistere all’inaugurazione dei giochi olimpici dove si realizzò il sogno dei più: quello di vedere il Führer.
Mátyás Schulz senior non aveva mai visto così tanta gente come all’inaugurazione. Non sapeva cosa fossero le olimpiadi, il suo compagno di stanza, un ragazzo di Magyaregregy glielo spiegò: le olimpiadi sono come la guerra con la differenza che i partecipanti non usano le armi per battersi, bensì la propria forza fisica. Mátyás Schulz senior non amava la guerra, malgrado l’opinione di suo padre che la definiva fuoco purificatore. Come già detto prima, lui si interessava di motori, dei miracoli della tecnica. A Berlino ne poteva vedere un bel numero.
Ammirò il frigorifero elettrico dell’ostello, la cui esistenza conosceva solo per sentito dire. C’era anche una grande radio, molto più moderna dell’unica radio che a Nagykörü era in grado di ricevere da tutto il mondo. Nelle vie di Berlino giravano automobili persino più belle di quelle del governatore a casa. «Tutto questo è possibile» dissero i padroni di casa a una lezione di teoria il giorno dopo l’inaugurazione «perché da quando è il Führer a guidare la nazione, la Germania sta vivendo un progresso economico improvviso.»
I ventiquattro giovanotti trascorsero una settimana a Berlino dove fu mostrato loro tutto quello che era importante. In seguito furono divisi in coppie e spediti nelle varie regioni del Terzo Reich per illustrare come viveva il popolo tedesco al di fuori della capitale.
Mátyás Schulz senior fece coppia con il ragazzo di Magyaregregy e su decisione dell’ambasciatore e del consigliere degli Esteri, partirono per Lipsia. Il ragazzo di Magyaregregy era un po’ dispiaciuto, avrebbe desiderato visitare Norimberga o Monaco, ma poi si accontentò dicendo che anche Lipsia era rinomata perché lì furono sconfitti i vecchi nemici delle forze alleate tedesche: i francesi con il loro imperatore, Napoleone. Mátyás Schulz senior non conosceva la storia, quindi il ragazzo di Magyaregregy gli raccontò in viaggio per Lipsia la strenua lotta che la nazione ariana vinse contro il tiranno simbolo del cosmopolitismo europeo. Mátyás Schulz senior – come anche a casa – ascoltava attento, ma nemmeno questa volta esprimeva la sua opinione.
A Lipsia furono alloggiati presso una famiglia borghese. Il padrone di casa e sua moglie erano iscritti al NSDAP e diedero un caloroso benvenuto agli ospiti venuti dall’Ungheria. Commentarono con parole d’approvazione l’attività del leader ungherese Gyula Gömbös il quale comprendeva perfettamente l’ideologia del nazionalsocialismo e teneva saldamente in mano le redini dell’Ungheria. Il padrone di casa espresse la speranza che le voci sulla salute precaria del primo ministro ungherese fossero esagerate e che Gyula Gömbös potesse tornare presto a dirigere le sorti del popolo magiaro.
Lipsia è una grande città, più grande di Szolnok, ma molto più piccola di Berlino e il padrone di casa gliela fece girare in una sola giornata. A Mátyás Schulz senior piacque molto la chiesa di S. Tommaso dove un tempo Bach lavorò come direttore d’orchestra; di Bach sentì parlare per la prima volta dal padrone di casa, il quale gli spiegò che era un magnifico compositore, rappresentante del genio tedesco e della pura arte germanica. Il ragazzo di Magyaregregy conosceva un compositore tedesco, Beethoven, che nominò pure e il padrone di casa commentò che Beethoven divenne grande in Austria come il Führer, che gli austriaci erano il ramo sud-orientale dei tedeschi e finalmente, dopo lunga separazione, sono tornati nel grembo della nazione madre.
Mátyás Schulz senior si ricordava di aver studiato, nella scuola di Nagykörü, delle lotte degli ungheresi contro gli austriaci, quindi se anche loro sono tedeschi, allora perché… Ma non diede voce a questa sua riflessione, sia perché non voleva sembrare stupido, sia per non guastare la bella atmosfera della visita. Lipsia gli piacque per il resto, anche se all’inizio gli sembrava strano che le facciate di tutte le case fossero dipinte di marrone e tutta la città sembrava una fotografia. Anche qui c’erano molte automobili per le strade e la gente era ben vestita e sembrava soddisfatta. Mátyás Schulz senior notò che i padroni di casa possedevano il più moderno tipo di frigorifero, una radio, un ferro da stiro e perfino una lavatrice.
«Raccontate al vostro ritorno» spiegò entusiasta il padrone di casa «del favoloso benessere del popolo tedesco».
Tutte le mattine si alzavano alle sei e mezza, ognuno poteva occupare il bagno per cinque minuti, alle sette sedevano già intorno al tavolo della colazione dove il padrone di casa si faceva raccontare dai ragazzi i loro programmi del giorno. Alle sette e mezzo la tata accompagnava i bambini a scuola e al suo ritorno – svolgeva anche le funzioni di domestica ed aiuto cuoco – usciva con la padrona di casa per fare la spesa. Il padrone di casa passava la mattinata a parlare, spiegava ai due ragazzi gli ideali del nazionalsocialismo, leggeva dal Mein Kampf e dai discorsi del Führer, illustrava la struttura e le finalità del partito. Verso mezzogiorno pranzavano con la padrona di casa, poi il marito, accompagnato dai ragazzi, andava in banca dove era membro del consiglio d’amministrazione che gli procurava qualche incombenza qua e là. In genere finiva presto con il lavoro, dopodiché passeggiavano per le vie di Lipsia, a volte andavano agli eventi organizzati dal NSDAP.
Il padrone di casa notò l’indifferenza di Mátyás Schulz senior per la politica. Aveva ricevuto l’ordine di tirar fuori il massimo da entrambi gli ospiti ma discuteva tanto volentieri con il ragazzo di Magyaregregy, mentre provare a trasmettere l’ideologia nella testa dura dell’altro contadinello gli sembrava uno spreco di tempo. Di conseguenza Mátyás Schulz senior ascoltava in silenzio la conversazione degli altri due, andava con loro agli eventi del partito, leggeva le pubblicazioni e i giornali, ma continuava ad interessarsi solo di motori e di innovazione tecnologica. Il padrone di casa volle fargli una volta una gradita sorpresa mostrando la caserma di Lipsia e l’attrezzatura moderna dell’esercito tedesco, ma nemmeno con la raccomandazione fu autorizzata la visita dei due ragazzi. “L’Ungheria è nostra alleata – fu risposto al padrone di casa -, ma non è ancora un’alleata di completa fiducia. Un trattamento consequenziale va riservato anche agli ospiti.”
Mátyás Schulz junior nacque nell’anno in cui l’Ungheria, violando il patto di eterna amicizia, partecipò all’attacco della Jugoslavia al fianco dell’esercito tedesco. Il primo ministro ungherese si tolse la vita; quando il suo successore – l’altro idolo di Lóránt Schulz – dichiarò guerra all’Unione Sovietica i soldati magiari erano già in Ucraina. Mátyás Schulz junior non aveva ancora dodici anni quando morì Stalin e quella sera Mátyás Schulz senior sentì per la prima volta il desiderio di raccontare del suo viaggio di studio in Germania. Non l’aveva mai raccontato a nessuno, nemmeno a Lóránt Schulz che aveva provato a farlo parlare a suon di schiaffi e implorazioni (per il resto dopo la guerra Lóránt Schulz non fece mai ritorno dalla deportazione sovietica, per la sua attività di funzionario del partito della croce frecciata).
«Sai, figliolo» raccontò Mátyás Schulz senior «a Lipsia un pomeriggio mi venne la diarrea e non potei uscire con il padrone di casa e con il ragazzo di Magyaregregy. Rimasi solo nell’appartamento, non c’erano nemmeno la signora e la tata, feci dunque un giro di perlustrazione dei locali dove prima non ero potuto entrare. Nella camera da letto dei padroni di casa aprii il guardaroba e vidi un’attrezzatura militare completa di tutto, di uniforme, armi e cartucce. Mi resi conto dell’efficienza dei preparativi tedeschi: da noi in stato di guerra mandano la chiamata d’urgenza, entro un’ora bisogna presentarsi in caserma e poi può passare ancora un’intera giornata prima di essere pronti all’azione. I tedeschi dovevano presentarsi alla stazione ferroviaria entro due ore indossando l’attrezzatura che avevano a casa ed entro altre due ore gli uomini già pronti potevano partire per il fronte. All’epoca non sapevo ancora cosa stessero preparando, ma quando vidi le armi nel guardaroba capii all’improvviso che qualcosa avrebbero fatto. Naturalmente è facile dirlo con il senno del poi, perché oggi sappiamo cosa avevano in mente, ma ti prego di credermi: io là davanti all’armadio mi resi conto che, pur sfidando mio padre, non sarei mai potuto stare con loro. Per questo motivo non raccontai mai di quel viaggio a nessuno.»
Sulla stanza calò il silenzio. La moglie di Mátyás Schulz senior abbassò la radio che trasmetteva musica funebre. Nel suo cuore di bambino Mátyás Schulz junior sentì che avrebbe dovuto domandare qualcosa. Ma poiché non gli venne in mente nulla chiese se poteva andare fuori a giocare.
«Non puoi, figlio mio» rispose la madre «siamo in lutto.»
Szabolcs Benedek (1973) è uno dei più promettenti scrittori giovani, già con numerosi volumi al suo attivo come La Grande Degenerazione (romanzo, 1997), L’amore di Berényi (raccolta di novelle, 1999), Mathias rex (romanzo, 2000), Zsigmond Báthory (romanzo, 2002), Così visse John Lennon (raccolta di novelle, 2002), Valle di cenere (romanzo, 2005), Disturbo comunicativo (raccolta di novelle, 2006). Benedek collabora inoltre con numerose riviste sia come critico letterario che come storico.
György Somlyò
FAVOLA SU QUESTO MOMENTO (Mese erröl a percröl)
Non solo quello che sentivi indimenticabile, non solo la partenza e l’arrivo, non solo il pericolo e la salvezza miracolosa, non solo l’avverarsi e il desiderio irrealizzabile, non solo l’incontro impossibile e il congedo inimmaginabile, non solo le visioni e i presentimenti, non solo il fatto che finalmente ti scivola nel palmo della mano e l’impotenza stretta nel pugno, non solo l’amore nato e quello incanutito, non solo i passi che risuonano uno accanto all’altro e quelli che lentamente si allontanano, non solo gli alberi da frutta in fiore e i frutti gelati, non solo il momento delle grandi acque che ti lambiscono il piede e quello delle cime irraggiungibili,
anche questo momento,
questo momento, dimenticato già nel presente che è passato come se non fosse mai arrivato, questo sapore non assaporato, questa terra incolta, questa perla rotolata via,
anche questo ha fatto parte della tua vita,
anche questo era uno di quelli che un giorno si potranno calcolare precisamente, uno di quegli unici, uno di quelli che mai più possono essere sostituiti.
Ogni giorno ingoiamo il mondo tutto intero
I tronfi spagnoli delle armadas incidevano mappe dove l’Europa con naturale capitolazione assume la forma del viso rotondo della vita sottile del manto regale di Isabella di Castiglia
Il continente violato sotto la gonna della regina sotto la pelle della regina prorompe dalle forme regali come la pecora inghiottita dal gozzo del serpente gigante
I tronfi spagnoli
E noi umiliati di tanto sapere non sentiamo forse sotto la nostra pelle non solo l’Europa ma
separatamente
la terra insediata nel nostro corpo
i continenti che invadono le nostre cellule
il nostro sangue intriso dei mari
Noi usurpatori di pene conquistatori di sofferenze abbiamo inghiottito le pene e le sofferenze di tutti sebbene a volte con conati
L’umanità divenuta forma d’uomo, miliardi di uomini
ognuno
pulsa in tutti noi
Ogni giorno ingoiamo il mondo tutto intero e guai a chi non sa cosa porta nel gozzo
lebbrosi al bagno in fiumi sacri bersagli militari a distanza di diecimila chilometri stragi di bambini definite notizie di guerra vogliosi di vivere chiamati vili codardi chiamati eroi poeti imprigionati per ragione di stato esiliati per politica culturale guerrieri attirati nella trappola di foreste vergini fiaccole umane impazzite pittura accecata odio fomentato per il colore della pelle
Ogni giorno ingoiamo il mondo tutto intero
Invano t’infili che schifo! il dito in gola per rivomitarlo
Non puoi che digerirlo
La felicità che l'Editore perseguiva era di qualità langarola, insieme terragna e umbratile, di lunghe radici e leggera come una foglia. Era il piacere che nasce dall'accudire una vigna, tirare su un muro, costruire una stalla modello, una tinaia. Era il gusto di inseguire qualcosa che aspetta al di là dell'orizzonte conosciuto, di scovare prima degli altri le cose che stanno nascendo o maturando. Correre senza fermarsi, non accontentarsi mai, guardare sempre in avanti, rilanciare la posta.
Voluttà della scommessa. Pubblicare libri di cui nessuno aveva sentito parlare, a dispetto del mercato, e dopo dieci anni, vent'anni, diventano indispensabili: Proust, il diario di una ragazza ebrea di Amsterdam, Musil, Braudel, Beckett, Yourcenar. Ma anche incontrare persone speciali, scoprire pittori, coltivare piante rare, viaggiare, innamorarsi di un ogetto, di una pietanza, di un vino, di un paesaggio. Diceva:
"Editoria è conoscenza degli uomini".
Ernesto Ferrero, I migliori anni della nostra vita