Letteratura e arte ungherese, e altro

Blog dedicato all'attrice ungherese Edit Domján (1932-1972)

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mercoledì, 28 novembre 2007

http://segnalidivita.wordpress.com/

Il tempo cambia molte cose nella vita
il senso le amicizie le opinioni
che voglia di cambiare che c’è in me
si sente il bisogno di una propria evoluzione
sganciata dalle regole comuni
da questa falsa personalità.
Segnali di vita nei cortili e nelle case all’imbrunire
le luci fanno ricordare
le meccaniche celesti.
Rumori che fanno sottofondo per le stelle
lo spazio cosmico si sta ingrandendo
e le galassie si allontanano
ti accorgi di come vola bassa la mia mente?
È colpa dei pensieri associativi
se non riesco a stare adesso qui.
Segnali di vita nei cortili e nelle case all’imbrunire…

 

Franco Battiato, “Segnali di vita”, in La voce del padrone, EMI Records, 1981.

postato da: EditDomjan alle ore 10:52 | link | commenti (1)
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martedì, 27 novembre 2007

Dezső Kosztolányi

DezsÅ‘ Kosztolányi

            (1885 – 1936)

 

La contessa

 

(Ha gli occhi azzurri. Ha gli occhi azzurri. Ha gli occhi azzurri. Devo scriverlo tre volte per quanto sono azzurri. Capelli corti da ragazzo, fronte piccola e femminile, labbro superiore molto stretto. Secondo l’almanacco del Gotha ha ventotto anni, in realtà sembra una diciottenne. Delicata, ma forte, muscolosa. Gioca a tennis, va a pattinare, a cavallo, a caccia. Tira di scherma. Forse fa pure box. Nessuna traccia di cipria o di trucco in viso che è di un rosa naturale e vellutato come il prosciutto di Praga appena affettato. Vene azzurre sulle tempie. Vi scorre sangue blu. Dietro la contessa una fila interminabile di avi con nomi storici, meriti vassalleschi, alfieri e comites e – fra parentesi – trentacinquemila ettari di terra. La guardo da sonnambulo. La contessa mi indica una poltrona, mi siedo, ma balzo subito in piedi. Mi sono seduto su un levriero bianco. Il levriero non si è offeso, scende cortesemente dalla poltrona e si allunga sul tappeto.)

 

-         Cosa desidera sapere?

-         Tutto. Per esempio: perché non ha la erre moscia?

-         Semplice. Sono di madrelingua ungherese: la erre moscia non è un vezzo come tutti credono, ma l’ovvia conseguenza del fatto che la lingua madre della maggior parte dei magnati era francese. Gli inglesi ingoiano la erre, gli slavi la fanno crocchiare, i francesi le fanno fare una giravolta. Insomma, se a una mia contadina insegnano prima il francese, avrà la erre moscia anche lei. Fino all’età di sei anni ho sentito parlare solo in ungherese, solo allora mi hanno affiancato una nurse e ho cominciato a studiare il francese a dodici anni, l’italiano a tredici e il tedesco a quindici.

-         Che dice dei conti dei romanzi? Quando “il conte squadra la contessa con sguardo gelido”, oppure quando “il conte ride”?

-         (La contessa ride.) Da ragazza mi vedevo con le amiche e leggevamo ad alta voce La signora Beniczky. Ci divertivamo.

-         Come mai?

-         Perché questi conti non hanno ne mani, né gambe, non hanno fame o sonno, non possono avere la polmonite o l’arteriosclerosi, ma sono solo conti. “Il conte ride.” Non sarebbe ugualmente ridicolo se uno scrittore scrivesse: “il borghese ride”, oppure “il contadino ride”. Non può ridere un’intera classe sociale. Solo Pietro e Paolo.

-         Ma sa che la maggior parte della gente vi vede così.

-         Si. Per il popolino noi siamo la favola. L’estate scorsa sono stata in campagna e sono andata a trovare dei vecchi conoscenti, la famiglia di un medico. Non erano in casa, mi ha accolto la serva, alla quale ho detto il mio nome. Poi sono tornata. La moglie del medico mi ha raccontato che la serva aveva annunciato battendo le mani: “Signora, è stata qui una contessa, ma si immagini, non aveva né un vestito di seta addosso, né una corona in testa.” Era dispiaciuta e disillusa.

-         Non avete mai portato la corona a nove punte?

-         Che io sappia, mai. In Ungheria non si bada molto alle esteriorità. Nella Francia democratica, dove dicono di non avere tradizioni, il piccolo borghese si appunta l’onorificenza anche quando va a comprare il formaggio. I conti e le contesse inglesi portano tuttora la corona nelle grandi occasioni. All’incoronazione di re Eduardo l’aristocrazia inglese si era presentata con le corone d’oro. In quelle occasioni è obbligatorio.

-         Di notte no?

-         Il toson d’oro bisogna portarlo anche di notte.

-         Qual è la spiegazione?

-         Non ne ho idea. E’ prescritto che non da lui ci si può mai separare, non si deve posarlo neppure un attimo. Di Khuen-Hédervàry si dice che quando è stato insignito del toson d’oro ha risolto la questione facendo cucire i velli di pecora sulla camicia da notte. Era un uomo molto coscienzioso.

-         Quando ci si lava non bisogna averlo addosso?

-         Credo di no.

-         Chi conosce dell’aristocrazia straniera?

-         Gli inglesi più di tutti, con loro abbiamo rapporti cordiali da secoli. I francesi formano una casta a parte, vivono tutti ritirati e sono monarchici. Gli spagnoli sono ancora più riservati.

-         Come vivono i nostri magnati?

-         Ora abbiamo una specie di transitory period. La guerra ha posto nuovi problemi all’aristocrazia, tutti sentono che le regioni e lo stato non sono più come una volta; bisogna conquistarsi il ruolo di guida come un tempo. Per questo motivo ci sono più personalità interessanti, originali. Tre magnati si sono trasferiti in Canada dove hanno acquistato della terra che coltivano in proprio e vivono benissimo vendendo i loro prodotti. Qui, a casa, scelgono la carriera del medico, dell’ingegnere o dell’elettrotecnico. In America studiano il settore bancario.

-         Letteratura, arte?

-         Ci sono molti scienziati. Leggono poco in ungherese, preferiscono l’inglese, il francese, lo sport e amano ancora la musica tzigana. Io suono il pianoforte. Quattro-cinque ore. Amo Bartók, Debussy. Per il resto frequento la società, tutti i giorni.

-         Non la stanca?

-         Ci sono abituata.

 

(Nell’altra stanza si sente abbaiare un cane e comincia a latrare l’intero palazzo, cagnolini da salotto, cani da caccia, bassotti saltano fuori da angoli insospettabili, anche il levriero si alza e si associa al concerto. Mi congedo, il domestico mi accompagna alla porta. Tornato a casa riassumo le impressioni: nessun pregiudizio di classe o cerimonia, solo quel tanto richiesto dalla ragione e dal buon gusto. La visione del mondo di una contadina si avvicina molto di più a quella della contessa rispetto a quelle persone che offendono o si offendono in continuazione. Le classi più alte e le più basse sono realiste. Si vede che gli opposti si incontrano.)

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categorie: dezső kosztolányi
venerdì, 23 novembre 2007

László Földényi

ALBERTO MANGUEL

The most remarkable book I’ve read this year was recommended to me by Cees Nooteboom: a fifty-page-long essay by the Hungarian scholar László Földényi, Dosztojevszkij Szibérában Hegelt Olvassa, és sírva fakad (Dostoevsky reads Hegel in Siberia and weeps). I have no Hungarian, so I read it in a Spanish translation. Földényi suggests (quite plausibly) that Dostoevsky may have read Hegel’s Lessons in the Philosophy of World History in his Siberian prison, and that he deduced from Hegel’s philosophical methods the miseries of our present self-defeating society. I don’t think the essay has yet been translated into English and I urge any publisher not afraid of short books to consider it.


postato da: EditDomjan alle ore 13:35 | link | commenti
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giovedì, 22 novembre 2007

Magda Szabó

Szabó, il romanzo lungo un secolo
La scrittrice Magda Szabó
Muore a 90 anni la scrittrice, voce dell’Ungheria
BRUNO VENTAVOLI
Era nata quando c’era ancora Francesco Giuseppe sul trono. Ed è morta lunedì, a 90 anni, con l’Ungheria in Europa. Nessun altro scrittore come l’ungherese Magda Szabó è stato testimone oculare d’un secolo intero di storia centroeuropea, drammi inclusi. Si era parlato per lei d’un Nobel (e se lo sarebbe meritato). Sono arrivati invece decine di altri premi, dal Fémina al Mondello. Ma a lei interessavano poco. Accumulava i diplomi nella sua casa che odorava d’antico, intimorita dal successo, in mezzo a frammenti del passato, al grande ritratto dell’adorato marito, alle fotografie, alle carte ingiallite dagli anni, a tutte quelle vestigia del tempo che puntellavano la sua vita e la sua scrittura.

Magda Szabó era considerata in patria un monumento letterario. E morale. Perché aveva sempre vissuto con la schiena dritta, in un Paese, e in tempi, dove non sempre era facile farlo. E non aveva mai campato su censure del passato per ottenere ricompense quando cambiavano i potenti. Era nata nel 1917 a Debrecen, la capitale calvinista dell’Ungheria orientale. E lei, che credeva nel grande Dio della cristianità, aveva abbracciato la fede riformata fin da bambina. Anzi, ora che negli ultimi anni era diventata famosa, e la invitavano nel mondo (è stata tradotta in oltre 40 lingue) a tener discorsi, si lamentava perché doveva badare a tante cosette della comunità religiosa. La sua famiglia, una solida famiglia borghese, le aveva trasmesso il valore possente della cultura; sua madre, la voglia di scrivere. Negli anni della guerra fece l’insegnante in provincia, imparando a conoscere da vicino la vita agra delle campagna ungheresi, sviluppando un senso di umanissima vicinanza agli umili, ai vinti, e un profondo desiderio di giustizia sociale, che tuttavia mai s’accordò con il socialismo reale. Tornata la pace sembrava destinata a un futuro radioso, con un posto al ministero, la prima raccolta poetica pubblicata nel ‘47 e il prestigioso premio Baumgarten vinto nel ‘49.

Ma il destino per la Szabó, e per l’intera Ungheria, aveva in serbo altre soluzioni. Il potente ministro della Cultura popolare, József Révai, le fece revocare il premio prima della consegna. Il nuovo regime socialista stava infatti compilando minuziose liste di autori politicamente corretti. E la «borghese, intimista» Szabó non era esattamente in linea con le direttive del realismo socialista. Molti scrittori che videro le bozze dei loro romanzi finire al macero, tipo Sándor Márai, scelsero la via dell’esilio. Lei tornò a fare la professoressa in provincia. Le foto di allora la ritraggono bella, fiera, serena. Negli anni più duri dello stalinismo, non pubblicò neanche una riga. Si contentò d’amare il marito, Tibor Szobotka, che le rimase accanto fino alla morte negli anni Ottanta. Lei non tolse la fede nuziale neanche da vedova. E anche in questo era un po’ un’eccezione, perché gli intellettuali del socialismo reale accumulavano spesso divorzi e compagni.

Nel ‘58, appena fallita l’insurrezione, la Szabó pubblicò Affresco, un romanzo che incantò Hermann Hesse. Nel ‘59, quando ormai fu chiaro che il compagno Kádár, forse il più saggio dei leader socialisti, stava avviando la riconciliazione nazionale, le assegnarono l’importante premio Attila József. Lei ringraziò, spiegando che non dovevano farsi perdonare assegnandole patenti poetiche perché non era affatto arrabbiata con nessuno. La storia era andata così. Mai allineata col regime, sempre libera nello spirito e nei temi affrontati, la Szabó riprese a scrivere e continuò per tutto il periodo delle repubbliche popolari. Il potere non la amava granché, ma lei riuscì a dire ciò che voleva, anche lucidamente critica verso il sistema nel quale viveva e dal quale riceveva stipendi. A dimostrazione che il kadarismo, pur nella ribadita fedeltà all’Urss, consentiva discreti margini di libertà e dissenso. Fin dagli anni Sessanta, per esempio, cominciò a screziare i suoi romanzi con i fatti del ‘56, quando l’argomento era ancora tabù.

Nella sua lunga carriera, la Szabó ha pubblicato una cinquantina di libri tra romanzi, teatro, saggi. Il grande successo mondiale è arrivato con La porta, uscito nell’87, e tradotto in molte lingue (in italiano da Einaudi), storia liberamente autobiografica (come sempre) del rapporto tra una scrittrice e la sua domestica, una dura donna di campagna, refrattaria a ogni ideologia, ma capace dell’amore più puro e della generosità più incondizionata. Al centro delle sue opere ci sono spesso donne, intellettuali, professioniste; il mistero del tempo e della memoria; il rapporto tra vivi e morti; e soprattutto un’ampia fauna di caratteri, che rappresentano le infinite sfumature dell’animo umano, i contrasti tra individuo e società, lo spirito della verità e della giustizia. La Szabó, profondamente religiosa, non credeva che la politica possedesse da sola gli strumenti per costruire una nuova società, più giusta, più armonica, più accogliente. Persino la libertà può essere superflua, come cerca di spiegare, senza essere capito, un personaggio di Via Katalin (romanzo che uscirà da Einaudi), condannato a rieducarsi in campagna durante lo stalinismo e poi riabilitato. Ma il bisogno di una carezza, di una parola di conforto, d’una mano tesa, quando l’uomo soffoca nella disperazione e nella solitudine, non si può eludere. Così come non si può mettere a tacere il bisogno di guardare in alto, molto in alto, o negli abissi della propria coscienza, per sfiorare il metafisico mistero di Dio o quella scintilla d’umanità che ci distingue dalla materia. Altrimenti la vita non vale la pena di essere vissuta. E se ne rendono conto i personaggi della Szabó quando urlano la loro sconfitta disperazione.

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sabato, 17 novembre 2007

STORIE ROMANE

STORIE ROMANE – Sàndor Lénàrd

 

1938

 

A volte il sole splende per giorni interi. Passeggiando per il Pincio persino il povero senzatetto si rammarica per quelli che non possono godersi la bellezza della città – della Città.  E’ stato forse Schiller a scrivere un’ode invidiosa dei mendicanti romani? Ringrazio a loro nome.

Tutto sommato ho una casa. Grazie alla signora Elsa passo gran parte del giorno nell’appartamento di Via della Vite dormendo nel letto di Aldo o in quello di Pietro. Pietro sta poco a casa, è già in trattative con l’Opera e il suo nome, sebbene solo a caratteri piccoli, è comparso già su uno o due manifesti. Talvolta dormo dal mattino fino a mezzogiorno, il pomeriggio da Kulcs, di sera di nuovo qui – e penso che possa durare così in eterno. Soltanto da mezzanotte alle sei del mattino ho dei dubbi sul mio tipo di vita.

Aldo mi aggiorna fedelmente sulla lotta per l’autarchia. In generale la parola lotta è parte indispensabile di questa e di tutte le attività. Seminare, raccogliere, erpicare e arare: la battaglia per il grano. Allattare e lavare i pannolini: battaglia per il bambino. Si fermerebbero gli attrezzi da scrivania del ministero senza lotta, senza raduni sotto il vessillo, senza attacco e vittoria. Manifesti proclamano: andiamo in guerra contro le mosche!

Il lavoro è indisturbato solo nella zona tra Teruel e Barcellona: i legionari ripuliscono le colline, organizzano le postazioni, collaborano con la guardia marocchina.

La prima vittoria della lotta senza quartiere per l’autosufficienza: dalla caseina è stato prodotto un filo resistente. L’Italia ha bisogno di lana – invece di produrre formaggio filano il latte. “Cannoni o burro?” – domandava Goebbels. “Formaggio o pantaloni?” – tuonano gli Aldo. Dal profumato Belpaese si possono filare camicie, anzi, camicie nere. Illustrazione: la prima camicia nera fatta col formaggio.

Il Parmigiano sarà orgoglioso per aver contribuito – il prezzo scatterà da una lira e venti a due lire. Articoli oscuri minacciano gli speculatori.

D’altronde a che serve il formaggio? Abitudine decadente, stile borghese. Il fascista si nutre di carboidrati. Mangia zucchero. Che si può ottenere, grazie al benedetto acido solforico, persino dal legno. E se ci sono pochi alberi – in Italia sono pochi i boschi – ecco la lana della buona pecora nazionale. Dalla lana e dalla resina artificiale si può comporre un materiale che sostituisce perfettamente il legno dei mobili. Illustrazione: vero violino cremonese fatto con la pressa.

Immedesimatevi nel mistero dell’autarchia, echeggiano tutti i giornali. La lingua italiana si arricchisce di nuove espressioni: finora la robaccia era definita “per uso familiare”. Ora c’è di peggio: tipo autarchico[1].

Grazie alla lotta per l’autarchia ho potuto imparare a conoscere il mondo interiore del mio barbiere e siamo diventati molto amici. Anche lui ha avuto un’idea: Mi piace la musica – ha detto, guardando il violino -, e più di tutto mi piace “Giovinezza”. Vorrei sentirla suonare su questo violino.

E guardandomi profondamente negli occhi ha aggiunto: - La corda del sol la strizzerei dalle budella del Duce!

Non saprei elencare gli oggetti fatti con la pelle di coniglio,  con le patate,  con la farina delle nocciole, perché dedico il mio tempo a Sommer.

Alla Società Britannica della Bibbia abbiamo trovato una Bibbia norvegese e dalle visioni di Giovanni proviamo a tirare fuori quegli elementi grammaticali che potrebbero tornare utili per un dentista ungherese che parte su una baleniera.

Sommer mette in un magazzino il trapano, perché in segreto spera di poter tornare. Regala gli oggetti piccoli: a me la siringa, una scatola di novocaina, acqua distillata, un vecchio stetoscopio, un paio di ampolle di calcio, e mi domanda:

Vuoi il mio misuratore di pressione? Non posso mica portare questa grossa scatola alla fine del mondo!?

Un pensiero attraversa il mio cervello assonnato: “Forse è Sommer la persona, di cui ha parlato la zingara? Forse questa scatola diventerà la mia casa?”

Potrei provare ad offrire di misurare la pressione porta a porta! La misurerei per una lira e cinquanta. Se trovo dieci persone, riesco a sopravvivere. Ma anche con cinque. Con tre ho casa. Torno nella felice comunità di quelli che dormono in un letto!

Dammelo, ti pagherò con i verbi irregolari!

Al Ponte S. Angelo una vecchia vende semi di girasole. Ha davanti a se trenta buste di semi – questo è il suo negozio. Di notte dorme in un letto. In Piazza Bernini un uomo tiene un tavolino con un cacciavite, un pacco di ovatta e una boccetta di benzina. Lo vedo da settimane ed è ancora vivo. Vive con la ricarica e riparazione di accendini. Con una scatola nera, una manica di gomma e un tubo con il mercurio si può sopravvivere senz’altro.  Pietro, il calzolaio abruzzese, sta diventando il barbiere di Siviglia – ed io forse sarò promosso a misuratore di pressione romano.

Nella scatola nera potrei vedere anche il necessario miracolo: la cura del signor Kulcs è terminata. Ci salutiamo commossi. Oddio, lui è abituato ad essere abbandonato dai clienti. Ha perso l’abitudine di dire: arrivederci.

Guardo felice il tesoro. Nessuno ha passato delle ore così felici, voluttuose sulla sedia da dentista di Sommer come quelle che ho passato io. Due notti ho potuto trascorre lì. Così, sognando, mi preparavo alla nuova professione.

Sono pronti i documenti di Sommer – la nave norvegese arriva a Civitavecchia – ma lui all’improvviso ci ripensa. Non parte. Non può. E’ qui da anni, ama il vino di Frascati, la pastasciutta, la cupola di San Pietro, i pazienti, il trapano – la bambina piange da giorni e giorni. Detesta i verbi irregolari norvegesi. Devo restituire l’apparecchio. Che ci vada Gyurka Molnàr, lui resta.

Quel giorno a Parigi un ebreo polacco pronto a tutto spara ad un impiegato dell’ambasciata tedesca. Finalmente i tedeschi hanno il pretesto per mettere in moto il pogrom organizzato con la precisione di un orologio. Incendiano con puntualità, distruggono come da progetto, uccidono secondo elenco. C’è stato il tempo quando un uomo ha sofferto per colpa di molti. Ora non è sufficiente il numero di quelli che soffrono per colpa di uno. L’umanità impara una nuova lezione: quella delle stragi elaborate negli uffici su carta e con matita. Finora al massimo un singolo uomo uccideva a sangue freddo – le masse lo facevano solo condotte dalla passione. Facciamo progressi.

Il giorno dopo Sommer e Gyurka Molnàr partono per Civitavecchia.

Ed io parto coraggioso, cerco il sangue, la cui pressione potrei misurare.

Ho fortuna. La seconda o la terza porta si apre. La apre un vecchio grasso. Misura la pressione? Volevo farmela misurare proprio ora. Troppo alta. Venga pure. La pressione è a centocinquanta. Il mio paziente – se posso chiamarlo così – è felice.

La volta scorsa era centoottanta.

Aspetti, non andrebbe da un mio amico qui vicino? Ha tempo? Lo chiamo, la annuncio.

Quanto? Due lire? Benissimo[2].

Anche l’amico paga, anche lui mi raccomanda ad un altro. Il nuovo paziente zoppica. Che cosa ha?

Sciatica.

Nient’altro? Possiamo guarirla.

Ho con me tutta l’eredità di Sommer: gli aghi, le siringhe, la novocaina. Con l’acqua al 4 percento la diluisco a metà. Scelgo l’ago più lungo. Dove fa male? Si metta sdraiato. Vado in fondo fino ad un nervo, inietto la soluzione. Si alzi. Fa male ancora? Non fa male!

Tutto è stato tanto veloce che il paziente quasi non ci crede. Non è un imbroglio? Non torna il dolore? Non credo – dico – ma male che vada torno e lo rifacciamo.

Quanto devo?

So che è questo il momento adatto: devo pronunciare un numero rapidamente, con calma.

Raccolgo il coraggio e dico con decisione: trenta lire.

Il paziente infila la mano in tasca.

“Oddio – penso – avrei potuto dire anche cinquanta! Non importa. Stasera dormirò in un letto!”

Continuo come un fortunato giocatore di carte. Al pomeriggio ho in tasca più di quaranta lire. Per oggi basta. Vado dal barbiere che mi è diventato talmente amico da concedermi un debito di tre lire. Parliamo.

Sa di una stanza qui vicino? Oppure di un letto?

Figaro sa tutto.

Come no! A due passi, nel palazzo vicino al mio. Conosce Via della Rapa? Gira lì, poi a destra, dritto e di nuovo a destra. Il numero civico quindici, primo piano. Per trenta lire danno un letto. Una brava donna, la conosco.

Parto già come un nuovo Archimede: dammi un letto dove dormire e sposterò il mondo!

Le strade indicate mi portano nella Roma di alcuni secoli fa. Primo piano. Il campanello è attaccato ad una catena. Qui danno un letto. Proprio qui. Nell’ingresso, o meglio nello sgabuzzino che dà sull’ingresso e che è separato da una tenda.

Questa volta non guardo la padrona di casa, ma sua maestà il letto. Un vero letto. Ha quattro gambe di ferro, un materasso e sopra una coperta. Guardo come Sommer la locomotiva norvegese.

Ha bagagli?

Poi porto la valigia.

Ha il documento della polizia?

Certamente…

Professione?

Dico con orgoglio e sicuro di me: Specializzato in misurazione della pressione.

Vedo che fa una buona impressione. Ora comincio io con le domande:

Lenzuola?

No. Ma può portarle.

Lavabo?

Non c’è ma ci si può mettere d’accordo con la famiglia di fronte. Se tiro la tenda e sto sul letto, posso restare anche durante il giorno. Oltre a me c’è un altro inquilino: Mario. Impiegato statale, lavora in un ufficio di fronte a Sant’Andrea della Valle. Le trenta lire vanno anticipate.

Cerco di imitare il gesto pieno di dignità di Amadeo.

Ecco. Stasera verrò con il bagaglio. Lascio qui il misuratore di pressione. Ci faccia attenzione. Ha un certo valore, è insostituibile!

A Via della Vite racconto di aver trovato un alloggio appropriato. La signora Elsa e Francesca sono sinceramente contente. Anche Pietro se ne va – nell’ultima settimana il suo nome è cresciuto di un centimetro sui manifesti: ha ricevuto un contratto. Va ad abitare accanto all’Opera. Aldo mi chiede di dargli due lezioni di tedesco alla settimana: la sua carriera al ministero dipende da questo. Tra dieci anni qui non si potrà avere una posizione importante senza la conoscenza del tedesco. In pagamento mi offre un paio di pantaloni. Le ginocchia sono perfette. Accetto contento il contratto, so quanto è importante, nella professione libera, non far vedere il ginocchio destro attraverso i pantaloni.

Il letto – come il figliol prodigo – mi riceve con benevolenza.

Mi sveglio dopo mezzanotte: penso come sarebbe ora girare sulla circolare traballante  per Roma… ascoltare i rintocchi dei campanili…se comincia la pioggia notturna… e mi addormento felice, come un bambino sul seno della madre.

Mi sveglio alle otto. Sono in un letto. Sono tornato.

 



[1] In italiano nel testo

[2] In italiano nel testo

postato da: EditDomjan alle ore 13:31 | link | commenti
categorie: sàndor lénàrd
domenica, 11 novembre 2007

Favola sui compiti di domani

György Somlyó

Favola sui compiti di domani

 

Nel portone della scuola cantava un mendicante cieco e sdentato.

I suoi occhi come lampadine fulminate, il meccanismo guasto fuoriuscito, ben visibile. Le guance scarnite e infossate.

Con l’armonica al posto dei denti morde affamato e annoiato il pane secco della melodia mille volte ciancicata.

Il berretto accanto raccoglie, come una debole lente di ingrandimento, i raggi degli spiccioli racchiusi nelle tasche frettolose.

Dal portone escono i bambini. E’ finita la scuola? Oppure è finita l’ultima ora di oggi? Dopo le tavole colorate di iniziali, la rosa sezionata, la carta geografica a rilievo e dopo le belle fasce rosse dei muscoli umani, per oggi è questa l’ultima illustrazione, nella cornice sporca della finestra della cantina?

Che compiti hai per domani? – domando a mio figlio proprio mentre passiamo davanti a lui.

Iniziano a suonare le campane.

Raccoglie i suoi strumenti come fanno gli operai, svuota il berretto, mette via l’armonica. Si alza. Ora si vede che è anche storpio. Una ragazzina lo guida.

Conoscete i passi frettolosi dei mendicanti claudicanti? Parte in fretta. Vedo che all’angolo si incontra con un altro mendicante. Prende del denaro dalla tasca e glielo dà. Estrae delle parole dalla bocca e dà anche quelle all’altro. Si congedano.

Non saprò mai che cosa si dicono i mendicanti ciechi, sdentati e claudicanti agli angoli delle strade, perché uno dà del denaro all’altro e dove vanno di fretta, con le loro armoniche come dentiere sottobraccio. 

postato da: EditDomjan alle ore 15:03 | link | commenti
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