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Blog dedicato all'attrice ungherese Edit Domján (1932-1972)

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domenica, 24 agosto 2008

Péter Nàdas, Fine di un romanzo familiare

 

Egy csalàdregény vége, in italiano Fine di un romanzo familiare, è un’opera fondamentale della letteratura ungherese del 20° secolo. Un romanzo breve, di appena 160 pagine f.to A5; è stato già tradotto in tedesco, olandese, svedese, francese, inglese, spagnolo, norvegese, danese, lituano, estone, rumeno, slovacco, polacco, finlandese, russo e serbo. In Germania è stato tradotto più volte e ha avuto numerose ristampe, l’ultima da Rowohlt (che ha pubblicato anche altri sei titoli di Nàdas). L’autore, uno dei più grandi ungheresi viventi (il suo nome è stato fatto anche per il premio Nobel), ci conduce nell’Ungheria di Ràkosi, il dittatore che ha seguito le orme di Stalin in Ungheria nella prima metà degli anni ’50, nel periodo dei clamorosi processi ideologici, ma non parla di politica. Il protagonista, un bambino di circa 10 anni, racconta l’infelice storia della sua estate, la perdita di tutto ciò che gli era caro, in parte per ragioni politiche e in parte per motivi tragici.

 

Péter Simon, questo è il nome del bambino, è orfano di madre e il padre, ufficiale dei servizi segreti, fa rare e brevi visite al figlio che vive in campagna con il nonno ebreo e la nonna cattolica. All’inizio la monotonia delle vacanze scolastiche è interrotta solo dai giochi in giardino con i due figli della vicina di casa e con un altro ragazzino di paese, ma i vicini presto scompariranno senza tracce, probabilmente deportati. La compagnia dei bambini viene sostituita da quella dei nonni che il bambino osserva con benevola curiosità, e da quella dei sogni ricchi di fantasia che Péter fa di giorno e di notte. Ascolta volentieri i nonni e soprattutto il nonno, desideroso di trasmettergli le storie della famiglia Simon, inserite nella mitologia ebraica di Simone, dal quale la famiglia pensa di aver avuto origine. Le visite furtive del padre gli lasciano sempre un forte senso di mancanza ed assiste stupefatto agli scontri tra i due uomini della famiglia, causati dalle aspre critiche del nonno per l’allineamento del padre con il regime e soprattutto per la sua partecipazione ad un processo ideologico contro un vecchio amico di famiglia. Il nonno muore, e muore avvelenato anche il cane di casa. La nonna, non più se stessa per il dolore, non si occupa quasi più del bambino e dopo poco muore anche lei, lasciandolo solo a doversi confrontare con il mondo esterno. Péter viene internato in un istituto per i figli dei “deviati” del regime (il padre presumibilmente è stato condannato per alto tradimento), dove cerca di inserirsi e di farsi anche delle amicizie. Il finale della storia vede il bambino giocare a cuscinate con i compagni di stanza, ma il tiro maldestro di un cuscino lo fa volare…

 

Il romanzo si dipana su tre livelli: quello della storia reale di Péter e della sua famiglia, quello del mondo onirico del bambino, e il terzo livello è una magnifica narrazione biblica del nonno che ricorda quella incontrata ne “Il Maestro e Margherita”. Tre sono anche i processi che attraversano il libro: quello del padre, quello di Gesù e quello ad un compagno all’istituto di rieducazione che si rifà ai processi ideologici del mondo esterno. Il libro non vuole però essere una denuncia; è un racconto secco, non commentato, che lascia al lettore la facoltà di trarre le conclusioni. Il bambino, forse in virtù di un fortissimo istinto di sopravvivenza e metaforicamente anche per la sua apoliticità, rimane sereno fino alla fine, non soccombe sotto il peso delle tragedie che lo colpiscono. Queste però si rispecchiano nei suoi meravigliosi sogni ai quali si aggrappa per conservare la sua umanità intatta. Sconfitte e dolore, di quella qualità che nella prosa italiana è tanto ben presentata da Elena Ferrante; sensazioni fredde, la tristezza della dittatura e quella tipica mitteleuropea sono forti in questo libro, e lasciano nel lettore un ricordo indelebile, ma non del tutto amaro. Péter Simon è invincibile come il piccolo Nemecsek ne “I ragazzi della via Pàl” e come tanti altri personaggi infantili nella letteratura ungherese. Rappresentano la speranza di una nazione flagellata e auto-flagellante.

 

Il libro è di sole 160 pagine, ma ogni sua parola ha il suo peso, è indispensabile ed è perfetta. E’ uno di quei libri che dovrebbero essere letti più volte, perché ad ogni lettura offre nuove scoperte, messaggi indimenticabili. Il suo target è un pubblico esigente, i veri amanti della letteratura. Non per caso infatti è già considerato un grande classico.

 

Dalla critica letteraria mondiale il nome di Péter Nádas (n. 1942) viene fatto insieme a quello del premio Nobel Imre Kertész e di Péter Esterházy. Tutti i suoi titoli hanno avuto ampi riconoscimenti internazionali, per esempio “Il libro delle memorie” (un mega-romanzo) è stato tradotto in 11 lingue, mentre – caso strano – in Italia risulta ancora del tutto sconosciuto.

Ó Andrea Rényi

postato da: EditDomjan alle ore 10:40 | link | commenti (4)
categorie: péter nàdas