Letteratura e arte ungherese, e altro

Blog dedicato all'attrice ungherese Edit Domján (1932-1972)

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sabato, 31 gennaio 2009

László F. Földényi

Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere

Traduzione di Andrea Rényi

Il Melangolo, 2009

Dostoevskij fa sentire la sua voce nel nome degli esclusi da questa festa universale, quelli che Schiller aveva già condannato, nell’Inno alla gioia, a correre via in lacrime dalla massa di milioni di uomini felici e festeggianti. Leggendo Hegel Dostoevskij poteva senza dubbio provare che neppure lui era avvolto nel firmamento di stelle di Schiller e non gli rimaneva altro da fare che scoppiare a piangere. E allo stesso tempo ribellarsi. Questo libro è la Bibbia della ribellione. Il suo collante non è la dialettica in grado di spiegare tutto, bensì la sofferenza e il pianto; in esso la speranza e la fede nel miracolo crescono in pari misura con la crescita della disperazione.

LÁSZLÓ F. FÖLDÉNYI, nato nel 1952 a Debrecen, è professore di Letteratura comparata all’Università Statale di Budapest, ed è anche uno specialista di estetica e teoria dell’arte. I suoi scritti sono tradotti in diverse lingue, tra cui il tedesco, il francese e lo spagnolo (in tedesco si ricordano: Das Schweißtuch der Veronika, “Il sudario della Veronica” edito da Suhrkamp; Newtons Traum, “Il sogno di Newton”; Abgrund der Seele, “L’abisso dell’anima”). Nel 2007 è stato insignito del premio Széchényi. Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere è la sua prima opera tradotta in italiano. 

 “Il libro più interessante che ho letto quest’anno”
ALBERTO MANGUEL


Pag. 64 - Euro 8,00
(ISBN 978-88-7018-711-3)

http://olivero.blogautore.repubblica.it/2009/02/17/dostoevskij-contro-hegel/

postato da: EditDomjan alle ore 14:54 | link | commenti
categorie: lászló f földényi
giovedì, 29 gennaio 2009

Azarel - una recensione

Per comprendere il contesto storico e sociale dal quale prende avvio e si sviluppa la narrazione, occorre leggere prima l’interessante intervento di Köbányai, in appendice al libro. Questo perché il romanzo di Pap, sostanzialmente autobiografico, è fortemente incentrato sul profondo dissidio tra Ebrei ungheresi dell’assimilazione ed Ebrei ungheresi dell’ortodossia.
I primi erano fautori di riforme che permettessero alla religione di risultare compatibile con le esigenze di un mondo in evoluzione e nel quale desideravano integrarsi, i secondi non tolleravano di venir “contaminati” dalla realtà circostante e si rivolgevano ostinatamente alle più vecchie e rigide tradizioni.
Azarel, in ultima analisi, è il racconto di una lotta.
Una lotta impari e caparbia.
La lotta tra il piccolo Gyuri -l’infanzia rappresenta qui il candido, il puro di cuore- e il mondo ipocrita nel quale tornerà a vivere dopo la morte del nonno -mondo rappresentato soprattutto dalla famiglia e dagli insegnanti.
Il primo insegnante è stato nonno Geremia, uomo dalla fede caparbia e ossessiva, ultraortodosso cupo, rivolto ad un Israele ideale e immaginario nel quale si è rifugiato dacché parte della propria esistenza è stata sepolta assieme al ricordo dei figli che si sono allontanati da lui e dalla vecchia tradizione.
Nonno Geremia instilla in Gyuri una diffidenza e un'astiosità tali che, da un lato diventano esse il filtro di ogni nuova esperienza, dall'altro generano una profonda frattura tra lui e i genitori, dai quali si sente rifiutato, mal giudicato, valutato negativamente in ogni suo pensiero ed in ogni sua azione. Nel suo stesso essere, quindi.
D’altra parte il bambino interpreta la realtà che ha attorno con gli occhi del nonno, con gli occhi della diffidenza, della sfiducia e ogni risposta ai suoi interrogativi -quanti “Perché?” nel libro!- non fa che confermare idee o conclusioni preconcette, delle quali è già convinto, andando ad alimentare la feroce disillusione e le continue delusioni che lo caratterizzano.
La bellezza del libro è proprio qui: nella continua, ossessiva, ostinata lotta verso un mondo che il bambino vede troppo diverso da ciò che vorrebbe, incentrato su verità comode che non gli appartengono e modelli che rifiuta perché improntati all’ipocrisia e al conformismo.
La contrapposizione è resa molto bene anche con l’utilizzo, da parte dell’autore, del frequente parallelo tra i pensieri espressi -le parole rivolte a qualcuno- e quelli inespressi, ma urlati nella mente e nel cuore -le parole rivolte a se stesso. Molto efficace, in tal senso, il lavoro di chi ha tradotto.
Davvero profonde, poi, le capacità di analizzare l’animo infantile e la sensibilità dimostrate in questo caso da Pap, autore ungherese morto a Bergen-Belsen nel 1945.
Tre stelle abbondanti...

ANOBII - "Occhi di velluto" - 28 gennaio 2009

postato da: EditDomjan alle ore 10:07 | link | commenti
categorie: azarel una recensione
venerdì, 23 gennaio 2009

Azarel

Azarel

Károly Pap

Azarel

introduzione di Moni Ovadia, traduzione di Andrea Rényi, postfazione di János Köbányai

Tra Gyuri e la sua famiglia l'incomprensione è totale. Allevato secondo i principi della Torah, e in un totale isolamento dal nonno Geremia, un rabbino ultraortodosso convinto che il contatto con i "pagani" contribuirà a «bruciare il popolo ebraico nel forno dell'esilio» -  parole terribilmente profetiche in un libro pubblicato per la prima volta nel 1937-, solo alla morte del vecchio il bambino torna dai genitori. Intelligente e fragile, Gyuri ben presto avverte il contrasto tra il modo in cui era vissuto fino ad allora, incentrato su una fede primitiva e assoluta, basata sulla verità e sulla purezza, e la nuova realtà, fatta di una religione ipocrita e di continui compromessi col mondo moderno. Inizia così a mettere in atto una ribellione che si fa sempre più scoperta. Nulla e nessuno si salva dalla sua analisi spietata e dissacrante e dalle sue continue provocazioni, mentre con la sua veemente logica infantile fa a pezzi il mondo degli adulti. Alla fine, incapace dell'obbedienza che il padre si aspetta da lui, Gyuri fugge di casa, mendica per le strade e precipita in una profonda forma di eccitazione che lo porta a rasentare la follia.

Scritto con una sensibilità che riecheggia Isaac Babel e Henry Roth, Azarel è una storia realistica e potente che ci racconta la vulnerabilità e gli eccessi dell'animo infantile, il contrasto tra fede e libertà, la ricerca disperata di quell'amore che non sarà mai trovato.

 - AZAREL di Karoly Pap (Fazi; pp.250; 16 euro) La storia commovente della ribellione di Gyuri al mondo ebraico dei genitori e del nonno. Un libro profetico, scritto nel 1937, che taccia l’assimilazione come una perdizione in grado di contribuire "a bruciare il popolo ebraico nel forno dell’esilio". La Stampa, 26/01/2009

«Se le culture assomigliano alle persone, nascono, crescono, fioriscono e muoiono - ci possono essere intensi episodi visionari nel corso simili a febbri. All'inizio del ventesimo secolo la cultura ebraica dell'Europa dell'Est deve aver avuto una simile febbre per produrre opere letterarie come quelle dei due Singer, di Chaim Grade, o quelle meglio conosciute di Kafka e Bruno Schulz. Ora possiamo aggiungere l'ungherese Kàroly Pap a questa luminosa lista»

postato da: EditDomjan alle ore 13:53 | link | commenti
categorie: azarel
giovedì, 22 gennaio 2009

Attila József (1905-1937)

Preghiera per stremati

 

Viviamo per creare, non per lodare.

Né i nostri figli nascono

per onorare noi.

Padre Nostro, siamo i tuoi figli.

Crediamo alla buona intenzione della forza.

Sappiamo di essere benvoluti al tuo cospetto,

sia che tu abiti nel cielo o nel latte,

nel sorriso, nel sole o dentro di noi.

Anche Tu sai che se piangiamo,

se qualche lacrima scompiglia la luce del nostro viso,

nei nostri cuori sgorgano cascate,

ma siamo più forti delle nostre deboli esistenze,

perché i fili d’erba mai si piegano,

solo le spade, le torri e i verbi assassini.

Ora invece, stanchi,

cerchiamo nuova forza lodandoti

E flettiamo il ginocchio anche davanti a noi stessi dicendo:

Liberaci dal male.

 

Lo voglio.

postato da: EditDomjan alle ore 12:35 | link | commenti
categorie: attila józsef
sabato, 17 gennaio 2009

Nonostante

"Credo riassuma un po' tutta la vita e tutto quello che facciamo, che facciamo quasi sempre, almeno le cose in cui crediamo e che ci danno senso, nonostante. Pare sia l'ultima parola pronunciata da Ibsen alle soglie della morte, dopo molti anni di stato quasi vegetativo dopo un ictus..."

Claudio Magris da DIZIONARIO AFFETTIVO DELLA LINGUA ITALIANA, a cura di Matteo B. Bianchi, Fandango, 2008

 

postato da: EditDomjan alle ore 11:52 | link | commenti
categorie: nonostante claudio magris
giovedì, 08 gennaio 2009

Vladimir Nabokov, Disperazione

Specchi e velluti neri

È curioso che uno dei più grandi detrattori dell’opera di Dostoevskij fosse un altro grande russo, seppure uno della diaspora: Vladimir Nabokov. “Mediocre e sopravvalutato”, così l’autore di Pnin bollava il suo connazionale.
L’opera di Nabokov, a partire dall’anno del suo trasloco negli USA, è un inno d’amore per la lingua inglese. Egli aveva lasciato la Madre Russia, e i selciati di San Pietroburgo sui quali aveva giocato da bambino, dopo la prima rivoluzione russa, quella di febbraio del 1917 (la meno celebre). Con la famiglia si era rifugiato in Inghilterra, e aveva studiato al Trinity College di Cambridge; poi, Berlino nel 1922; poi, a causa del nazismo, in Francia, e nel 1940 negli Stati Uniti.
Aveva scelto di rinunciare al russo, alla sua ricchezza espressiva, alla sua dolcezza, docilità, libertà, agli specchi e ai velluti neri di quella lingua. Ne soffriva, eccome. Si era creato una lingua nuova, un suo personale inglese da innamorato [1], che solo lui sapeva suonare come uno Stradivari. La storia dello stile di Nabokov è in realtà il racconto di un amore viscerale per le parole, e (quante volte ho usato questa frase) se le parole sono amanti, i libri sono i figli della colpa [2].

Ah, quel russo! Quel russo!

Nabokov vedeva in Dostoevskij una superficialità immensa e totale: gli erano sgraditi la lingua, superficiale e frettolosa; i temi dei romanzi, da cronacaccia nera, da vita di bassifondi; gli intrecci, perversi, malati; persino la psicologia dei personaggi (D. è celebrato per tutti gli elementi della lista che ho appena fatto, tranne che per la lingua).
Tra i due vi fu l’equivalente di un duello: Dostoevskij aveva come arma la fama, ottenuta soprattutto nelle culture dell’Occidente; Nabokov aveva il vantaggio di mirare a un morto. Il critico letterario Nabokov fu corretto nelle intenzioni: attaccò il rivale a colpi di articoli e saggi, spiegò il perché del suo denigrare, fu puntiglioso nella demolizione del Grande Romanzo Scritto in Fretta. Lo scrittore e uomo Nabokov esagerò quando sparò un colpo di cannone contro il rivale: scrisse un intero romanzo, “Despair”, nel 1936, per parodiare “Delitto e Castigo”.
In questo romanzo, Hermann, il protagonista, è un calco perfetto di Raskol’nikov. Leggermente deforme, però. Commette un crimine e dice di farlo per avidità di denaro, ma dal suo stesso semi-delirio, che egli si premura di raccontare, il lettore è portato a intuire la vera motivazione: Hermann vuole realizzare il delitto perfetto e ricavarne il massimo godimento estetico possibile. Agisce per dimostrare una teoria, proprio come Raskol’nikov. E come il personaggio di Dostoevskij, Hermann si sente superiore a tutto il genere umano.
I due delitti paralleli, crimini perfetti nelle intenzioni, falliscono. Raskol’nikov viene prima sfiancato da un poliziotto (l’Autorità) e poi rimane scosso dall’innocenza di una prostituta (la Peccatrice), la quale gli rivela l’errore di essersi creduto superiore a Dio. Hermann aveva basato il suo piano criminoso sulla somiglianza tra lui e la sua vittima: la polizia doveva credere che il morto fosse proprio Hermann. Ma così non accade, e l’assassino deve nascondersi.
Raskol’nikov, dopo una crisi morale devastante, confessa tutto all’Autorità. Hermann scrive un romanzo giallo, come forma (estetica) di confessione. Rileggendo la sua stessa opera, Hermann scopre il difetto: ha dimenticato nell’auto della vittima un bastone che porta nome e cognome della vittima stessa. La polizia non crederà mai che il morto sia Hermann. Da qui nasce la sua disperazione (“Despair”): l’assassino-creatore-artista ha prodotto un’arte-delitto imperfetta.
La parodia è compiuta. Ma Nabokov non si ferma alla trama; ironizza ogni volta che può, su ogni dettaglio, a livello simbolico e inconscio, ma anche apertamente, a mo’ di sberleffo. Attacchi sotterranei, giochi sporchi intertestuali, polemiche in codice… Nel romanzo, Hermann tira molti colpi bassi al “famoso scrittore di thriller” chiamato “Dusty” (polveroso), che ha scritto opere quali “Crime and Slime” (“Delitto e fanghiglia”), e “Crime and Pun” (“Delitto e giochetto (di parole)”). Allude, irride, ma lo stesso narratore è una copia ridicola dell’oggetto del suo odio. Corto circuito parodico. Ecco, Nabokov scrive un intero romanzo solo per demolire un autore che considera sopravvalutato [3]. E spara a raffica non solo su “Delitto e Castigo”, ma anche su “Il Sosia” e su “Memorie del sottosuolo”. Come ha osservato Andrew Field [4], il secondo, inosservato cadavere del romanzo è proprio Dostoevskij.
Perché tanto odio, se di odio si tratta? Nabokov scrisse una volta che un artista non commetterebbe mai un delitto, perché avrebbe sempre una scelta migliore: scrivere un romanzo [5]. Allora questo regolamento di conti riguarda la concezione dell’arte. Nabokov crede nell’Arte Pura, quella che non serve a niente, vale a dire l’Arte che non serve alcuna causa e basta a sé stessa. L’arte è bella, se è bella, perché è bella (proprietà riflessiva). Quelli come Dostoevskij, che la piegano al servizio di Dio, della Redenzione, del Miglioramento dell’Uomo, sono gente indegna, servitori di altro, non certo dell’Arte. D. aveva anche l’aggravante di essere russo come lui.

Apollo contro Dioniso

Nabokov ammirava gli scrittori russi, tranne Dostoevskij. La sua non era una polemica di campanile, né una battaglia fallimentare: aveva una enorme cultura, era dotato di genio critico, insomma poteva permettersi quella guerra. Voleva ridurre la fama di quello scrittore di cattivo gusto e pessima qualità, voleva demolire la fama di Dostoevskij in Occidente, fama che di riflesso era giunta anche nell’Unione Sovietica. Già: quella antica Madre Russia, ormai irriconoscibile, rovinata dal comunismo, che, a detta di Nabokov, aveva distrutto la cultura e il genio russi. Persino il comunismo stava riscoprendo Dostoevskij. Un regime totalitario e repressivo si stava mangiando l’Arte Pura, l’Ordine dettato dalla Bellezza, e la stava sostituendo con l’Arte impura di uno scrittore mistico, caotico, turbolento e malato.
La lotta di Nabokov lo spinse a riscrivere “Despair” a distanza di trent’anni dalla prima stesura. Tanta energia, tanto acume, per una causa antica: il contrasto tra l’arte apollinea e l’arte dionisiaca. Purezza, bellezza, cielo, contro fango, bassifondi, caos. Un contrasto che, nella storia dell’umanità, ha prodotto più capolavori, da una parte e dall’altra, che infamie. Un contrasto in cui non è affatto necessario prendere posizione. Ci si può sdraiare su una collina, ammirare la battaglia, e leggerne i risultati più belli.

Note

[1] “Dopo che la Olympia Press, a Parigi, ebbe pubblicato il libro, un critico americano suggerì che Lolita fosse la cronaca della mia storia d’amore con il “romantic novel”. Sostituire “lingua inglese” con “romanzo romantico” renderebbe questa elegante formula maggiormente corretta”. Mia traduzione, l’originale può essere rintracciato tra l’altro qui:
http://en.wikiquote.org/wiki/Vladimir_Nabokov
Non traduco “romantic novel” perché pare che non sia traducibile. Non spiego perché: le note nelle note (nelle note nelle note) mi stuzzicano, ma ti renderebbero ancor più pigro, mio caro lettore. Va’ e approfondisci.
[2] http://www.grenar.info/cgi-bin/images.asp?id=6
[3] Dostoesvkij non fu l’unico obiettivo delle critiche, sempre acute, di Nabokov. Un’altra vittima illustre ad esempio fu Cervantes (il suo “Don Chisciotte” deve la fama non al testo in sé ma alle riletture dei moderni, questa la tesi principale). Opere: “Lectures on Literature”, 1980; “Lectures on Ulysses”, 1980; “Lectures on Russian Literature”, 1981; “Lectures on Don Quixote”, 1983.
[4] Andrew Field, “Nabokov: His life in Art”, 1967.
[5] Ahimè, non trovo più la fonte di questa citazione, citata a memoria. Dovesse essere un caso di falsa memoria, mio puntiglioso lettore, non citarmi in giudizio.

Prima stesura 11-03-2007
Ultima revisione 18-05-2007

http://www.grenar.info/cgi-bin/articles.asp?id=35

postato da: EditDomjan alle ore 10:41 | link | commenti (6)
categorie: disperazione, nabokov