Letteratura e arte ungherese, e altro

Blog dedicato all'attrice ungherese Edit Domján (1932-1972)

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giovedì, 18 giugno 2009

L'Amaca di Michele Serra - 4 febbraio 2009



Nel descrivere la crisi come un sereno transito da un ottimismo appena decaduto a un altro di nuovo conio, Berlusconi avrebbe maggior credito se non fosse seduto su una catasta di fantastiliardi, e su un potere smisurato. Volendo, si coglie nel suo continuo appello al sorriso persino un briciolo di umana sollecitudine. Ma la crisi in corso ci chiede un così radicale ripensamento delle nostre vite, dei nostri consumi, dei nostri quattrini e anche dei nostri sorrisi, da estromettere in partenza dal dibattito un signore come lui, che nel vecchio mondo, e nel vecchio modo, ha costruito la sua fortuna e le sue idee.
La cultura del limite, la ricerca di una nuova sobrietà, la coscienza dell'iniquità sociale e dello scialo ambientale, la fiducia nelle tecnologie pulite sono, quasi per rimbalzo, gli ingredienti naturali del futuro. Se anche noi, che ricchi e potenti non siamo, avvertiamo la grande difficoltà di riconvertirci, di correggerci e di migliorarci, figuriamoci uno come lui, che della dismisura ha fatto il suo vangelo. Berlusconi è il campione indiscusso di una mentalità ex vincente e di qui in poi certamente perdente: basta leggere mezza frase di Barack Obama per trovarci più dinamismo e più speranza che in cento convention berlusconiane. Chissà non sia per questo che Obama non sorride mai.
postato da: EditDomjan alle ore 10:08 | link | commenti
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lunedì, 15 giugno 2009

Non posso sapere…

Miklós Radnóti (1909 – 1944)

 

Non posso sapere cosa significa per un altro questo paesaggio,

per me è la casa natia abbracciata dalle fiamme,

un piccolo paese, culla del mio lontano mondo infantile.

Mi ha generato, come il tronco dell’albero il fragile ramo,

anche il mio corpo, spero, sprofonderà in questa terra.

Sono a casa. E se a volte s’inginocchia ai miei piedi

Un cespuglio, so il suo nome, ne conosco il fiore,

so dove va chi cammina per strada,

so cosa significa in un crepuscolo estivo

il rosso dolore che cola dai muri.

Per chi lo sorvola in aereo, il paesaggio è una carta geografica,

ignora dove ha abitato Vörösmarty Mihály[i];

quella carta cosa gli nasconde? A lui fabbriche e rozze caserme,

a me cavallette, buoi, torri e miti fattorie;

lui dal binocolo vede fabbriche e campi coltivati,

io invece anche il lavoratore che trema per il suo lavoro,

boschi, frutteti fischiettanti, vigneti e tombe,

tra le tombe la vecchina piange in silenzio,

e ciò dall’alto è ferrovia da distruggere, o fabbrica,

è la casa cantoniera,  e il cantoniere è lì davanti

con la bandierina rossa in mano e tanti bambini attorno,

nel cortile delle fabbriche un mastino si rotola per terra;

ed è lì anche il parco, l’impronta di vecchi amori,

il sapore dei baci nella mia bocca, a volte miele, o uva selvatica,

un giorno andando a scuola sul margine del marciapiede,

per non essere interrogato ho urtato una pietra,

ed eccola quella pietra, ma dall’alto non si vede,

non c’è strumento che possa mostrare tutto questo.

 

Certo, siamo colpevoli, come tutti gli altri popoli,

e sappiamo in cosa abbiamo peccato, quando, dove e come,

ma qui vivono anche lavoratori, poeti innocenti,

e bimbi in fasce nei quali cresce la ragione,

li illumina da dentro, li veglia, nascosti in buie cantine,

finché il dito della pace non indicherà la nostra patria,

e alla nostra parola soffocata risponderanno loro con fresche parole.

 

Vigile nuvola notturna, stendi su di noi le tue grandi ali.

Traduzione di Edith Bruck

postato da: EditDomjan alle ore 20:33 | link | commenti
categorie: miklós radnóti