ANDRAS NYERGES - NON DAVANTI AI BAMBINI (ELLIOT - PAG.187 - 16,00 EURO)
Quando l'ondata di follia del nazismo travolse i Paesi dell'Europa centro-orientale, i germi nell'antisemitismo di cui quell'ideologia era portatrice spesso trovavano terreno fertile. Un atteggiamento che non era peculiare delle classi pi� basse (che mal sopportavano le ricchezze o anche solo l'agiatezza che gli israeliti riuscivano a raggiungere), ma anche di quella fetta della societ� che, illuminata, li riteneva sempre come persone da mettere in disparte, di cui servirsi, ma di cui non si poteva diventare amici. Quando, poi, gli ebrei non diventavano oggetto di atti di violenza, gratuita e talvolta feroce. Anche nella Budapest tra la seconda Guerra mondiale e l'inizio della dominazione sovietica si vivevano queste situazioni che potevano avere come teatro addirittura una stessa famiglia, come quella del protagonista di 'Non davanti ai bambin� di Andras Nyerges. Il protagonista di questo romanzo - che in Ungheria ha avuto pi� edizioni e che ora Elliot propone anche ai lettori italiani - si chiama anche lui Andras e forse, quindi, molte delle pagine sono autobiografiche. L'Andras protagonista bambino viene seguito nel rapporto con la sua famiglia dove convivono (ma il verbo � totalmente sbagliato, visti i rapporti tesi tra chi ne fa parte) cattolici ed ebrei, e in qualche caso, antisemiti ed ebrei. Rapporti che diventano tesi, spesso sul punto di giungere ad una conflittualit� estrema nella quale Andras cresce sino a quando non viene a conoscenza di come, spesso, di quelli che lo circondavano egli non vedesse che la facciata. Andras si confronta soprattutto con l'invasiva figura della nonna materna che, cattolica, mal sopporta la nuora (la madre del piccolo protagonista), figlia di ebrei. Poi il destino porta queste persone dalle radici e dalle religione certo diverse a vivere insieme, forzatamente, innescando una miscela di rancori e contrasti che sembra non avere fine.
Su "Cremona on line" - 17 luglio 2009
Come si può sopportare l’orrore dell’esistenza? Ciascuno lo sperimenta e trova un modo per venirci a patti. Trovare la modalità per la sopravvivenza è, in fondo, lo sforzo di vivere. Laszlo F. Foldényi, professore di Letteratura comparata all’Università di Budapest, ha scritto un piccolo libro tradotto in Italia da Il Melangolo (8 euro), “Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere”, la prima delle sue opere tradotte in italiano.
© 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
di Pietrangelo Buttafuoco
Elliot, 2009
ISBN 9788861920590 ![]()
Ambientato nella Budapest a cavallo fra la Seconda guerra mondiale e l’occupazione sovietica, questo delicato e profondo romanzo autobiografico intreccia sapientemente gli eventi storici con le vicende di una famiglia divisa dall’antisemitismo.
Il piccolo András trascorre la sua infanzia in una famiglia in parte cattolica praticante, in parte di origine ebraica, ma agnostica e massone. I giovanissimi genitori sono costretti a vivere con la nonna paterna Irén, una donna animata da sentimenti apertamente intolleranti e antisemiti, molto protettiva nei confronti del figlio e del nipote, ostile invece con la nuora. Durante i bombardamenti la famiglia ospita anche i nonni materni di András, ebrei liberati dal ghetto che non possono tornare nella loro casa rasa al suolo. Questo periodo di convivenza e la vita del caseggiato e della città negli ultimi mesi della guerra e negli anni successivi sono visti con gli occhi di un bambino e raccontati con sensibilità ed equilibrio stilistico, fino alla scoperta fatta da András, ormai divenuto giovane uomo, di una verità che svela le origini della sua famiglia, mutando così radicalmente la prospettiva. Grazie al suo lirismo misto a un’ironia indulgente, alla narrazione sempre tesa, sincera e piena di colpi di scena e alla perfetta caratterizzazione dei protagonisti, Non davanti ai bambini è un romanzo trascinante e illuminante allo stesso tempo, ed è stato uno dei maggiori successi ungheresi degli ultimi anni.
Titolo originale: Szeptemberi séta
Tratto dal volume “Sok vizeknek zùgása”, Kortárs kiadó, Budapest, 2008
Le giornate estive si accorciano, l’autunno arriva in strada furtivo, zoppo e rasente il muro come un vecchio scaltro, e come sempre, in questo periodo dell’anno mi sento addosso lo sguardo del tempo. Quando il mondo rallenta per un po’, le particelle sentono freddo e si restringono, i fuochi si smorzano fino a diventare brace e bruciano appena, i fluidi circolano più lentamente nei propri canali e il Potere, questa Entità Superiore a volte cinica, ma tutto sommato indifferente, si toglie un attimo la maschera – come una vedova che per un istante alza il velo per tergere le lacrime con il fazzoletto.
Quanto detesto questo suo gioco con i mortali!
Di solito faccio la mia passeggiata la sera, quando il sole è ormai una palla di fuoco sfilacciata rosso sangue dietro i muri delle case e gli uomini affrettano il passo verso casa. La quiete della casa, la sicurezza della caverna: una sensazione antica, piacevole. Il calore del fuoco, il tremolio delle fiaccole davanti all’ingresso della caverna…che il male non può raggiungere.
All’angolo, davanti al negozio di alimentari, un bambino gioca accanto al mucchio di ghiaia e sabbia rimasta dopo i lavori stradali. Lo vedo tutti i giorni. Scorgo in lui la morte. Si muove nelle sue vene, nel suo sangue. A volte vedo la sua testa bionda, a volte il suo cranio con l’infossatura degli occhi e gli alberi che cresceranno sopra. Vedo il bambino nel tempo, non soltanto nel presente; lo vedo ovunque e sempre.
Passo accanto al bambino che salta in piedi e corre da suo padre sull’altro marciapiede, davanti al tabaccaio dove sta parlando con il negoziante.
«Papà, quel tizio mi guarda sempre!»
La voce era più irritata che lamentosa. Il padre, un uomo con i capelli rossi e il ventre tipico dei bevitori di birra, con l’anima in pena dalla mattina alla sera per il desiderio insoddisfatto di paesaggi lontani, detesta la quotidianità e le notti banali, ha un’ulcera e un principio di emorroidi, possiede un esiguo conto in banca, accarezza la testa del bambino.
«Di chi stai parlando, figliolo?» domanda distratto e guarda in giro.
Non lontano, ai bordi del parco, sotto il vecchio castagno alto, sulla panchina mezza marcia siede il vecchio vagabondo. Mi riconosce sempre. Lui è in pace con me. Alza la testa e sorride, con la pelle tanto tesa che sembra spaccarsi. Mi siedo sulla panca, vicino a lui. Ha ancora lo sguardo rivolto in alto, sembra mirare il caduco tramonto autunnale. Strizza e batte le palpebre guardando fuori dal profondo della sua anima. Respira rapidamente, ansimante. Il viso è coperto da una barba crespa di diversi giorni. Il corpo è incurvato, sporgono le spalle da sotto il cappotto liso come se le articolazioni fossero troppo stanche per tenere le ossa al loro posto. Vedo che la stoffa è consumata. Il vecchio inclina la testa, fissa prima le sue scarpe sformate, poi la cicca fumante fra le sue dita. Sento i suoi pensieri dolorosi. Le sue ossa temono il gelo. Se potessi, lo consolerei. Gli sfioro invece solo la fronte. Si tranquillizza, come se lo sentisse. Per lui è facile ormai, se ne andrà come era venuto: puro.
Quando il semaforo sul marciapiede opposto diventa verde dozzine di gambe attraversano le strisce pedonali. Un paio fra loro precedono le altre. Salta svelto sul marciapiede opposto e mi passa accanto velocemente. Un ometto con i capelli radi, con occhiali tondi sulla punta del naso. Fa ciondolare la borsa nella mano destra come se anche questo servisse ad acquistare velocità. Deve avere fretta. Gira intorno la gente, giro intorno a lui anch’io. Dopo un po’ lo raggiungo e ormai camminiamo uno al fianco dell’altro. Guarda fisso davanti a sé, si concentra sulla strada sotto i piedi. Qualche goccia di sudore esalta la sua fretta. Lancia un’occhiata di sfuggita all’orologio ma non vede il quadrante; non è un’azione consapevole, ma solo il movimento istintivo del polso. Ansima piano. Questa corsa non fa per lui. Lo sa ed è arrabbiato con se stesso, sente di nascosto la manica della camicia e ora ce l’ha con sé anche per l’odore del sudore. Eppure non rallenta. Svolta l’angolo, tanto all’improvviso da fare quasi cadere la signora corpulenta che gli si para di fronte. La signora protesta ad alta voce e gesticola con la borsa carica di patate. L’ometto prosegue, mormora solo qualcosa fra sé mentre aggiusta gli occhiali sul naso. Il marciapiede pende un po’ e lo costringe ad allungare il passo, con la cravatta che sembra volare dietro di lui.
Si ferma finalmente dopo un secondo angolo, davanti a un portone. Rimane immobile per qualche istante, solo il suo petto sale e scende mentre ritmicamente riprende fiato. Poi fa un ultimo profondo respiro e suona uno dei campanelli.
Quando il portone si apre con un rombo io sono già all’interno. Lo osservo entrare dalla tromba delle scale. Sale le scale lanciando delle occhiate in alto. Al secondo piano si accosta alla porta di fronte e bussa piano. La porta si apre subito, ma solo una fessura sufficiente per far entrare l’ometto.
La donna che ha aperto la porta ora si poggia alla parete del corridoio con una mano sul seno e ansima imbarazzata. È frastornata, i capelli sono in disordine come i suoi pensieri. Esita se dire qualcosa, attende con occhi spalancati.
L’uomo guarda di nuovo l’orologio, ora però osserva attentamente la posizione delle lancette.
«Trenta…» vorrebbe dire, ma appena sente la propria voce sottile e sfiatata si raschia la gola e ricomincia: «Abbiamo quaranta minuti».
«Quaranta…» ripete la donna senza sapere perché lo sta dicendo. Ansima e guarda l’uomo.
In quell’istante l’uomo fa cadere la borsa per terra e abbraccia improvvisamente la donna. Quando la sua bocca tocca la bocca di lei, o meglio quando i loro denti si urtano, gli occhi aperti della donna continuano a fissare il punto dove prima c’era la testa dell’uomo. Per qualche istante rimane paralizzata nel tempo, mentre l’uomo ansima e spinge la lingua nella sua bocca. Tutti i suoi pensieri, tutta la sua volontà si condensano in una sola parola: No! che si agita nel suo cervello come un grido imprigionato che gira in tondo e non riesce a erompere, poi l’eco si smorza, viene coperta dalla volontà, dalla vicinanza fisica dell’uomo che le crolla addosso. Diventa un leggero sospiro di resa, come se con l’aria esalata dissolvesse la sua resistenza. Ormai è lei ad aiutare l’uomo, lo tira per la camicia, dentro, sempre più dentro la casa, ma non raggiungono le camere, crollano davanti alla porta della cucina, cadono uno dentro l’altra come le stelle infuocate.
Vado via.
Fuori, nella via, c’è una folla. All’incrocio macchine abbandonate, alcune con le ruote ferite, di traverso, come fossero animali morti. La gente indica con le dita, spiega con voce sommessa, serietà commossa, comprensiva, come ai funerali: dalla via vicina sta arrivando il suono della sirena di un’ambulanza. Accanto al marciapiede giace una persona con le membra allargate. Mi avvicino, mi piego. Respira piano; la vita che si sta mescolando all’aria colma di odore di nafta, lo sta abbandonando. Non ho tempo per riflettere. Lo tocco per aiutarlo, ma guardandolo vedo quello che è stato e quello che sarà, che lascio che venga. Lo porto in alto, sempre più in alto, lascio la città e il cielo settembrino sotto di noi.
Traduzione di Andrea Rényi