Letteratura e arte ungherese, e altro

Blog dedicato all'attrice ungherese Edit Domján (1932-1972)

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domenica, 23 agosto 2009

Il risolino di Nabokov che umilia gli scrittori

Corriere della Sera.it
R isorgo da una singolare esperienza. Ero immerso nella prefazione di Zadie Smith a Uno straniero nella terra di Lolita, libretto in cui Gregor von Rezzori racconta un viaggio da lui intrapreso negli Anni 90 sulle tracce di Humbert e Lolita (proprio loro, la coppia del secolo, gli struggenti eroi nabokoviani!). Quando a un certo punto la testa ha preso a girarmi. Per un secondo ho avuto Leggi ancora...
postato da: EditDomjan alle ore 16:26 | link | commenti
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lunedì, 17 agosto 2009

Péter Nádas, terzo grande d'Ungheria

Scoperte In arrivo due libri di uno scrittore mai tradotto: «Fine di un romanzo familiare» e «La Bibbia»

Nádas, terzo grande d' Ungheria

Dopo Eszterházy e Kertész, l' Italia scopre un «autore da Nobel»

 

N el mese di settembre due case editrici - Baldini Castoldi Dalai e Rizzoli - pubblicheranno per la prima volta in Italia opere di Péter Nádas. Si tratta di un narratore, saggista, fotografo e giornalista ungherese noto in tutto il mondo. Il ritardo dei grandi editori nei riguardi della letteratura dei Paesi una volta chiamati dell' Est europeo, è endemico. Imre Kertész, premio Nobel nel 2004, ha aspettato otto anni dalla prima segnalazione per essere pubblicato in italiano. Qualcosa di simile è capitato anche a Péter Eszterházy. Nádas ha atteso dieci anni da quando, proprio sul «Corriere della Sera» se n' è parlato per la prima volta, in termini altamente elogiativi. Frutto del malcostume? Della disperata e a volte inconsulta caccia al bestseller? Bisogna ammettere che, in questo caso non si tratta di un autore facilissimo, ma di uno con il quale, però, dopo un po' si entra pienamente in sintonia. Oltretutto è stato più volte candidato al Premio Nobel per la letteratura. Sì, parlando di Nádas si tratta proprio di letteratura, nel miglior senso della parola: cioè di opere narrative che incidono sulla coscienza del lettore, e non lo intrattengono soltanto per qualche giorno cancellandosi poi rapidamente dalla memoria. Chi è Péter Nádas? È nato a Budapest nel 1942, in piena Seconda guerra mondiale, da un padre e da una madre militanti comunisti. È rimasto orfano a 16 anni: prima è morta la madre, poi il padre, suicida forse a causa di gravi dissensi con il partito. Cresciuto da una parente, ha studiato in un istituto tecnico, poi ha frequentato corsi di fotografia e di giornalismo, professioni da lui esercitate ben precocemente. Come è stata precoce la sua vocazione alla letteratura. Il suo primo volume di racconti e romanzi brevi viene pubblicato nel 1966. E sono proprio questi racconti che all' inizio di settembre Rizzoli manderà in libreria con il titolo La Bibbia. Titolo illuminante anche per il volume di Baldini Castoldi Dalai, per un motivo particolare di cui parlerò tra brevissimo. Il racconto più lungo del volume di Rizzoli narra la storia di un figlio di alti funzionari statali (comunisti) trascurato dai genitori, i quali badano soltanto ai propri incarichi e alla propria carriera. Il bambino cresce con sentimenti convulsi e rancori violenti, in questo caso riversati su una contadinella, che tra l' altro desta in lui una vaga curiosità sessuale, assunta per sbrigare le faccende di casa. La ragazzina, invisa alla nonna, viene da questa accusata del furto di qualche pezzo di biancheria da letto. Indignata, Sidi (questo è il nome della ragazza) fugge al suo paesino, dove la madre del bambino la scova per riportarla al suo lavoro. Inutilmente. Con sua sorpresa, e con quella del bambino, la donna trova invece, nel miserabile tugurio della ragazza, la Bibbia di famiglia, questa davvero rubata, ma perché un giorno, sotto gli occhi di Sidi, il bambino la voleva fare a pezzi. Questo romanzo breve (o racconto lungo) dal tono un po' realistico, un po' stralunato fa già presagire un notevole talento di scrittore. Uno dei rimanenti due racconti del volume, «Il giardiniere», ha ancora per protagonista un bambino. Alla morte della moglie, il padre di questo bambino sensibile e scrupoloso, dà in escandescenze, piange, si dimena, mentre il ragazzo non riesce a mostrare nulla del proprio grande dolore. Poco tempo dopo il padre, di mestiere giardiniere, tanto disperato, porta in casa una nuova moglie, la fioraia del cimitero dove è seppellita la moglie precedente. Da quel giorno sarà questa seconda moglie a imporre al nuovo marito le qualità di fiori da coltivare, quali piante buttare via, quali conservare e quali prodotti chimici adoperare. Il bambino verrà lasciato alla sua solitudine tanto ferita. Il racconto «Oggi» parla ancora di un ragazzo, anche lui solo con la vecchia nonna. All' improvviso il giovane viene preso dall' impulso di correre forsennatamente per le strade innevate, e di fermarsi davanti a una chiesa. Da questa gli pare di sentir provenire una voce indefinibile, un richiamo inaspettato che probabilmente determinerà tutta la sua vita. Il lirismo, l' identificazione commossa con i protagonisti di queste storie restano davvero impressi nella mente del lettore, e non lo lasceranno più. E parliamo ora di Fine di un romanzo familiare, il libro che uscirà da Baldini Castoldi Dalai negli stessi giorni de La Bibbia. Questo libro, apparso undici anni dopo il primo, ha procurato all' autore la vera notorietà. Si tratta di un' opera di grande profondità, del tutto nuova allora (siamo nel 1977) nel panorama della letteratura europea. Il romanzo, scritto in prima persona, è il racconto orale che un ragazzo fa della propria vita familiare e della morte dei suoi nonni. La narrazione procede a salti, così come la evocano la memoria e l' avida volontà di spiegarsi di un ragazzino in formazione. Non ci sono capoversi, non soste nelle pagine. Tutto sgorga con irresistibile forza dall' animo ipersensibile e inferocito del bambino protagonista, i cui genitori, anche qui persi dietro a oscure attività di partito, di polizia, di spionaggio, lo trascurano completamente. Sono presenti invece nella sua vita e con forza e generosità i due nonni paterni. Lei è una combattente irriducibile della vita e degli affetti, e lui un profetico visionario, onnisciente e buffonesco, che, via via che il racconto procede, acquista sempre maggiore importanza. A circa metà del volume sarà questa sorta di rabbino a illustrare al nipote un possibile albero genealogico della famiglia, da Abramo fino ad oggi. Sono 120-130 generazioni. È un tentativo ardito e riuscitissimo di ripercorrere il racconto biblico per farlo proseguire attraverso tutte le traversie e le sofferenze delle varie epoche successive, attraverso la Roma antica, il Medioevo, il Cinque-Seicento giù giù fino ai giorni nostri, di avo in avo, di storia in storia. Questo lungo albero genealogico appassiona e diverte, perché nel libro non manca un pietoso e partecipato umorismo. Da Abramo arriviamo alla generazione di Nádas, in cui fede, motori morali, credo, fiducia nella vita paiono estinguersi nell' indifferenza, nelle mene politiche, nelle menzogne. Questa è la fine del romanzo familiare di una stirpe di ebrei cominciata all' epoca di Abramo. Ogni ebreo sente questa continuità, e Nádas dà voce a questo sentimento in modo solenne, ma anche semplice, quotidiano. Nel suo pessimismo questo libro pure ci infonde una grande energia, grazie anche alla frastagliata freschezza del linguaggio d' un ragazzo. Diamo il benvenuto tra noi a questo eccellente scrittore, che con le opere successive ha stupito ancora maggiormente il mondo letterario, e quello dei lettori. 

Pressburger Giorgio

Pagina 33
(12 agosto 2009) - Corriere della Sera

postato da: EditDomjan alle ore 14:55 | link | commenti
categorie: péter nádas
lunedì, 03 agosto 2009

Azarel

Gyuri Azarel è un bambino consegnato da piccolo al tirannico ed inflessibile nonno che reclama il diritto a crescere in Dio e solo in Dio quel bambino che i suoi figli non sono stati, quegli stessi figli che lo hanno tradito con le loro scelte non assolute, non ascetiche. Il destino vorrà che il bambino torni alla famiglia di provenienza dove, tuttavia, vivrà un crescendo di alienazioni, di insofferenza per le convenzioni, per i gesti svuotati dalla naturalezza, per la mancanza di quell’assoluto dedicarsi che egli pretenderebbe. Libro claustrofobico, ben scritto, dai molti piani di lettura possibili, trae il lettore in una spirale di sofferenze e provocazioni, di violenza repressa a stento e di ribellione: ai genitori, ai maestri, a Dio stesso. Narrazione sicuramente elevata, presenta nella edizione italiana una ambigua collocazione in postfazione del saggio di Kobanyai. Ambigua perché se, da una lato, consente di affrontare la lettura attraverso la naturale esposizione con il conseguente godimento dello stile, delle emozioni e della tensione che si respira sempre più forte di pagina in pagina, dall’altro pospone la principale tra le possibili chiavi di lettura (se ne possono affiancare anche una psicanalitica e sociologica), di improbabile immediatezza per il lettore italiano: la scissione fisica e culturale tra l’ebraismo riformato e quello dell’ortodossia, secolarizzato in una adesione tipicamente ungherese (all’epoca dei fatti) tra borghesia e lavori più umili; l’assimilazione dell’ebreo alla società ungherese contro la ascetica difesa della unicità ebraica. La veemenza della lotta intrapresa dal bimbo Gyuri, ancorchè piccino, contro le piccolezze borghesi della madre, contro il “farisaico” porsi del padre, avaro di sentimenti affettuosi ma prodigo di vile attenzione alla pecunia ed alle convenzioni sociali; il suo scagliarsi contro tutti i punti di repere socialmente fondanti (il rabbino, i maestri, il medico, lo stesso Dio, reo di non palesarsi, di essere colluso con la pantomima di falsità che circondano il bambino) e la estrema e disperata reazione a ciò appaiono in ogni caso il risultato dello iato profondo venutosi a creare con lo sradicamento iniziale dal mondo essenziale ed autistico del nonno, sublimato egli stesso nella sua folle ricerca di assoluto. Questa lacerazione, quale sia la lettura scelta, appare quindi il primum movens degli eventi comparativi successivi, responsabili del continuo e devastante disassarsi tra le elevate aspettative e lo sconforto delle disillusioni. La narrazione in prima persona, gravata dalla autoanalisi e commiserazione risulta, tuttavia, lesiva della fluidità del racconto, ne appesantisce i tratti. Gyuri, personaggio di forte componente autobiografica ed il cui notevole spessore narrativo dovrebbe essere concentrato sul conflitto tra la forza delle sue convinzioni e la fragilità del suo essere solo un bimbo, risulta a mio parere forzato in una armatura di complessità in certa misura strumentale ed artificiosa che, alla lunga, depriva in parte il lettore di uno spontaneo e reale coinvolgimento affettivo, affievolendone la portata poetica. Un libro, alla fine, che mi ha lasciato una sensazione di incompletezza, quasi una parte della sua bellezza fosse rimasta nella penna, la poesia sacrificata alla metafora.

"pipaluk63" su Anobii

postato da: EditDomjan alle ore 13:51 | link | commenti
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Non davanti ai bambini

Nichtvordemkind! è l'odioso grido di battaglia dell'arcigna nonna Irén... che poi, volto al plurale, è il titolo del libro.
Libro davvero molto interessante: uno sguardo sulla Budapest tra la seconda guerra mondiale e l' occupazione sovietica viste con gli occhi di un bambino. Il piccolo Andràs vive le difficoltà (fame e bombardamenti compresi) della sua famiglia per metà ebrea e per metà cattolica, ma anche l'intolleranza e l'antisemitismo viscerale della nonna paterna, l'amore incondizionato dei nonni materni (splendida la figura di nonno Sziga, un po' ebreo un po' sabatista un po' massone ma essenzialmente ateo).
C'è molto amore, in questo racconto, ma anche umorismo, lievità, dolore raccontato con dolcezza, senza rabbia, senza rancori.
E dunque, in fondo in fondo, anche questa antipaticissima nonna Irèn ci torna un pochino simpatica... forse è anche merito suo se quel bambino è diventato oggi quell'ottimo scrittore che è Andràs Nyerges! :)

"iaiuni" su Anobii, 29/7/2009

 

postato da: EditDomjan alle ore 13:39 | link | commenti
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