Letteratura e arte ungherese, e altro

Blog dedicato all'attrice ungherese Edit Domján (1932-1972)

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sabato, 26 settembre 2009

IL DOLORE E LA MEMORIA NÁDAS: COSA RESTA DELLA MIA UNGHERIA

Un libro molto bello, di una furia interna e di una freschezza straordinaria questo Fine di un romanzo familiare. E forse era giusto cominciare a far conoscere Péter Nádas, che figura fra i candidati al premio Nobel per la letteratura, e che ora viene tradotto per la prima volta in italiano. Nádas arriva in Italia con il suo primo romanzo, nel quale il grande autore ungherese racconta un' infanzia nell' Ungheria stalinista degli anni Cinquanta (il libro è appena uscito da Baldini Castoldi Dalai, pagg. 264, euro 17,50, traduzione di Laura Sgariotto). Quasi contemporaneamente è uscita anche la raccolta di racconti La Bibbia (Rizzoli, pagg. 182, euro 9,80, traduzione di Andrea Rényi). Quando scrisse il suo romanzo, lei aveva meno di trent' anni. Sarebbe ancora capace, a 67, di immergersi come allora nella propria infanzia? «È come se lei prima di farmi questa domanda avesse dato un' occhiata agli appunti e al manoscritto sulla mia scrivania. Le rispondo che in ogni momento della vita possiamo reimmergerci nella nostra infanzia, non sempre però siamo disposti a farlo. I vecchi lo sono più dei giovani. Quello che abbiamo immagazzinato nella memoria non va mai perduto. I miei primi testi, che negli ultimi anni sono stati tradotti in diverse lingue, contengono tratti essenziali della mia vita ma si potrebbe anche dire che con la mia infanzia non hanno in verità molto a che fare. Quaranta, cinquant' anni fa, quando scrissi questo romanzo, ero ancora quasi un ragazzo, e in realtà non volevo rituffarmi nell' infanzia. Cercavo un terreno che non fosse completamente assediato e distrutto dalla dittatura, un posto in cui l' individuo non fosse ancora braccato e potesse permettersi qualche libertà. Cercavo una forma di racconto che mi permettesse di restare intatto nelle propria libertà. Perciò raccontavo di un Io, che però non ero io, con una forma in prima persona che contava sulla solidarietà e sull' empatia ma conteneva le storie di altri. Invece oggi sento che è mio compito scrivere davvero per la prima volta sulla mia infanzia, ed è ciò che sto facendo». Tutte le sue opere partono dal corso della memoria. Cito i suoi lavori più importanti. Il libro della memoria, Storie parallele. Qual è il rapporto tra memoria e scrittura? «Il racconto non può essere separato dal ricordo. Di una persona viene presentato un accadimento - in un caffè, sulla piazza del paese, attraverso una lunga telefonata. Tutte le storie vengono quasi involontariamente raccontate al passato. Come Romeo amava Giulietta a Verona è una storia. Ma non è così semplice. L' amore è più importante di Romeo e di Giulietta, e loro sono più importanti di Verona;e un' importanza speciale ce l' ha se ci sembra credibile il linguaggio del narratore. Quando scrissi questo primo romanzo scoprii che fantasia e realtà erano due continenti fermi, e scoprii allo stesso tempo come la realtà per proteggersi costruisce fantasie; ma la fantasia si rende indipendente, anche se viene bloccata, tenuta sotto controllo dalla realtà». Nel romanzo, il nonno, una delle figure principali, racconta molte storie, ma dice al nipotino: «Non cercarci alcuna morale. Le storie sono dettagli isolati della vita, in esse non c' è nessuna morale. Soltanto inzwischen, tra due storie, tra due respiri: dazwischen !». Anche lei ha scritto di sentirsi sempre dazwischen, nel mezzo, di non appartenere in nessun luogo. Fino a vent' anni fa, l' Europa era divisa. Oggi gli anni del totalitarismo sono precipitati nell' abisso della storia, ingoiati da un buco nero. Lei ha scritto un libro, Spurensicherung, alla ricerca delle tracce lasciate dalla dittatura nel profondo delle anime. Che cosa resta, per citare la domanda di Christa Wolf? «Mi viene in mente la frase di Tomasi di Lampedusa: molto deve cambiare perché tutto rimanga come prima. Molto è cambiato. La cosa principale che è cambiata la libertà, che oggi è ancorata alle leggi e garantita internazionalmente. Nella storia e soprattutto nei comportamenti delle persone l' effetto dei modelli e delle strutture hanno però effetti di lungo periodo. I modelli di comportamento sono introiettati, le strutture delle tradizioni fissate per generazioni. E questo porta a continui scontri, tumulti, disordini, eccessi, tra vecchio e nuovo. Due storici ungheresi molto importanti - tradotti, ma poco conosciuti - Istvan Biboe Jeno Szucs, hanno teorizzato l' esistenza di tre regioni storiche d' Europa. E l' Ungheria non appartiene all' Europa dell' Est: storicamente e politicamente è un terreno di mezzo, caratterizzato da strutture formatesi su modelli occidentali. Poi, però, attraverso dittature e il dominio straniero e un incompiuto sviluppo della borghesia, i processi di emancipazione si sono bloccatie non hanno potuto fare il salto nella modernità. Stiamo arrivandoci, ma non senza problemi». Nel socialismo, lei scrive, gli uomini non avevano illusioni superflue. È una critica alla realtà di oggi? «Nel socialismo tra realtà e illusioni, tra apparenza e realtà i confini si vedevano con chiarezza. Nella libertà, i confini tra il bene e il male sono diventati più complicati. Con questo naturalmente non voglio dire che preferirei vivere nella non libertà. È vero però che dopo la caduta del Muro la situazione ha acquistato un altro tipo di durezza. L' Ungheria si è trovata, in un' epoca di globalizzazione e di capitalismo senza freni - proprio in senso marxiano -, a realizzare l' accumulazione primaria per poter creare una borghesia nazionale capace di competere internazionalmente; e tutto questo senza compromettere la pace sociale. È evidentemente una missione impossibile». Nel romanzo, il nonno, un personaggio affascinante, si proclama libero pensatore. Ma via via che il romanzo va avanti si capisce meglio quanto la sua vita sia permeata di ebraismo. Viene da chiedersi se l' ebraismo non riempia la vita di un ebreo più di quanto il cristianesimo non influisca su quella dei cristiani. È così? «L' ebraismo è immaginabile senza il cristianesimo, il cristianesimo senza l' ebraismo no. In questo rapporto l' ebraismo resta sempre più forte e più influente, s' impone sugli usi, sulle cerimonie dei cristiani, anche quando questi non se ne rendono conto. Il nonno è un gran raccontatore, io gli do i tratti quasi parodistici del grande scrittore, parla e parla di secoli di storia. Come sopravvissuto ai campi di concentramento racconta al nipote dello sterminio più terribile di tutti i tempi, dell' Olocausto,e lo fa diventare quasi una storia positiva, una storia riempita di disperazione e odio per se stessi, con una presa di saggezza. È un libero pensatore, non pensa più a Dio, eppure sottovoce spera che Dio in qualche modo si mostri nella storia degli uomini, e dia un senso alle nostre azioni, alle nostre ridicole strategie di sopravvivenza». © RIPRODUZIONE RISERVATA - VANNA VANNUCCINI

postato da: EditDomjan alle ore 14:17 | link | commenti
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Urla silenziose dall'Ungheria
Cresciuto nei bui Anni 50, il filo rosso della sua opera è il rapporto individuo-dittatura
BRUNO VENTAVOLI

Il mondo si divide in carnefici e vittime, spiega un nonno al nipote, ragionando sulla storia dell'umanità. Ma nell'Ungheria comunista degli Anni 50 era ben difficile marcare il confine tra le due categorie, perché bastava un sospetto, una delazione, un'antipatia, per passare all'istante dalla parte sbagliata.

Péter Nádas è cresciuto in quegli anni bui e ha fatto della riflessione sul rapporto tra individuo e dittatura, tra coscienza e memoria, i suoi grandi temi narrativi. Spesso in odore di Nobel, conosciuto in buona parte del mondo - Susan Sontag lo definì non esageratamente «uno dei più importanti autori del secolo» - nel nostro Paese lo era quasi nulla.

Ora escono due opere a colmare in parte la lacuna. Da Baldini & Castoldi, Fine di un romanzo familiare, tradotto molto bene da Laura Sgarioto; nella Bur Rizzoli, La Bibbia, tre racconti, tradotti altrettanto bene, ma da chissà chi, perché in copertina non c'è traccia dell'anonimo voltatore. Tutte storie che hanno in comune la fosca epopea comunista, vista da ragazzini che guardano con occhio puro, stupito, dolente, alle falsità e alla ferocia dei grandi, quasi a sancire una cesura incolmabile con le generazioni dei padri che hanno costruito un socialismo dal volto disumano.

Emblematico, in questo senso, è proprio il racconto molto bello, La Bibbia (la prima opera di Nádas, pubblicata nel '62), dove il piccolo Gyuri insieme con i turbamenti dell'altro sesso scopre l'ipocrisia dei genitori, alti funzionari dell'Ungheria stalinista, architetti della nuova società ugualitaria, ma sprezzanti verso un'umile, poverissima servetta di campagna.

Nádas è nato nel 1942 in una famiglia di ascendenze ebraiche, ma fu battezzato nella chiesa riformata per sfuggire all'Olocausto. La madre morì subito dopo la guerra, e la dolorosa mancanza di questa figura torna spesso nei romanzi. Il padre, che durante l'assedio di Budapest aveva partecipato al movimento comunista clandestino stampando manifestini di propaganda murato in una cantina (come il genitore della Bibbia), diventò un funzionario del ministero. Ma nell'era staliniana fu accusato, processato, riabilitato. Lo stesso copione si riprodusse nell'ottobre del '56, a ridosso dell'insurrezione. Di nuovo assolto da ogni addebito, si suicidò nel '58, vittima, come altre migliaia, delle proprie utopie giovanili infrante, lasciando una nuova ferita.

Nádas iniziò a lavorare come fotoreporter e giornalista, poi, incapace di scrivere menzogne, preferì diventare scrittore. Continuava a studiare il marxismo, ma dopo l'invasione di Praga, l'ultimo grande tradimento, si trasferì a vivere in provincia, poveramente, aiutato dalle contadine locali che gli regalavano solidali frutta e ortaggi. Fu sempre scomodo al regime, controllato, censurato. Gli offrirono maggiore autonomia, a patto che si mutasse in spia, ma lui non voleva distruggere «le vite degli altri» e così ha vissuto in una zona d'ombra, senza poter rilasciare interviste, scrivendo per due decenni senza sapere se avrebbe pubblicato, tormentato dal pungolo etico di tradurre in parole «la calma mortale che per ben due decenni regnò su questa estesa regione d'Europa, privata di ogni libertà».

Fine di un romanzo familiare è una delle sue opere più importanti. Uscì nel '77, dopo essere rimasto sette anni congelato. E' la storia di un ragazzino che cresce, autobiograficamente (anche lui si chiama Péter), senza genitori, allevato dai nonni che gli raccontano favole di fanciulle bellissime che odorano di pesce, e soprattutto, la millenaria vicenda degli ebrei, talvolta più potenti dei re, altre volte calpestati e massacrati. In mezzo a porcellane viennesi testimoni di una dignità scomparsa, nell'Ungheria degli Anni 50 dove anche comprare un pesce esige ore di coda nei negozi sempre sprovvisti, l'anziano nonno discetta di Hegel, di giustizia, della felicità che sfugge agli umani.

Anche qui c'è una scintilla di autobiografia, perché Nádas scoprì tardivamente e per caso le proprie ascendenze ebraiche (un antenato fu il primo deputato ebreo), quasi con rabbia che gli fossero state celate. E mentre le Scritture, la diaspora degli antenati, sono un romanzo sofferente ma «familiare», il mondo contemporaneo comunista resta imperscrutabile.

Come comprendere, d'altronde, la vicenda del padre, sempre assente, accusato di immoralità dai nonni per gli interrogatori che svolge come ufficiale dei servizi segreti? Prima lo sente in radio fare il carnefice, accusando di spionaggio alcuni colleghi in uno dei tanti processi farsa dello stalinismo, poi lo vede trasformarsi in vittima, mandato al patibolo da una nuova purga.

Péter finisce in un istituto di correzione che alleva i figli dei compagni che hanno sbagliato, o hanno semplicemente ubbidito ciecamente, e sono stati giustiziati. E ritrova lo stesso clima di sospetto e delazione che alligna nella società. Nel collegio tutti dovrebbero essere uguali, accomunati dal medesimo destino di orfani del terrore, invece gli adolescenti si angariano, si controllano, si denunciano a vicenda infilando biglietti anonimi in apposite cassette. D'improvviso, una mattina all'alba, vengono risvegliati dall'urlo di un compagno. Un grido immotivato e irrefrenabile. Un urlo forse di rabbia, forse di speranza, perché tutti, trasgredendo la disciplina incominciano a saltare sui letti, a lanciarsi cuscinate per bisogno di sfogare la libertà sempre repressa. Péter in quella giocosa battaglia cade dal letto, picchia la testa, scivola nel nulla.

Come accadde nel '56, quando i ragazzi e gli operai di Budapest presero i fucili per sbarazzarsi d'un regime che non riuscivano più a sopportare. La rivolta fu domata con i carri armati ma Nádas continuò a lanciare le sue urla silenziose, troppo intollerabili per il socialismo al gulasch del compagno Kádár.

Autore: Péter Nádas

Titolo: Fine di un romanzo famigliare
Edizioni: Baldini & Castoldi
Pagine: 180
Prezzo: 17,50 euro

Titolo: La Bibbia
Edizioni: Bur Rizzol
Pagine: 173
Prezzo: 9,80 euro

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 26 settembre)

P.S. "La Bibbia" è stata tradotta da Andrea Rényi

 
postato da: EditDomjan alle ore 13:46 | link | commenti (2)
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giovedì, 17 settembre 2009

Péter Nádas, La Bibbia

La percezione di un sé alle prese con emozioni troppo intense, che irrompono e urlano, ma che nessuno sa ascoltare o può comprendere è il filo che lega questi racconti dal delicato equilibrio. Un’ adolescenza che diventa luogo e tempo di profonda solitudine, una solitudine rabbiosa o sofferta - impotente attesa delle cose, degli avvenimenti, dell’incontro con qualcuno troppo chiuso in sé o già troppo lontano, che si limita a sfiorarti.
Diventa uno sguardo attento all’esterno - a quel mondo adulto fatto di presenze-ombra, di persone amate ma inafferrabili, che scivolano sulla parete dei giorni, a quel mondo adulto che incuriosisce e attrae, ma allo stesso tempo spaventa- e all’interno di sé –un sé inespresso, un sé ostile, un sé isolato.
E tutto appare ugualmente minaccioso e misterioso: l’intensità del dolore, l’urgenza del desiderio, le emozioni incontrollabili o inconfessabili, il timore della vita diventano un fardello spesso così pesante, da curvare le spalle e ripiegare l’anima.
Belli –soprattutto il primo e più articolato- questi racconti di Nádas, autore ungherese fino ad ora non tradotto in Italia e definito dalla Sontag “uno dei maggiori scrittori al mondo”.
Ambientati in una Budapest dei primi anni Cinquanta, dove sono presenti diverse e contrastanti realtà sociali e in una Budapest più recente e ovattata, danno voce –una voce sommessa, intima e sofferta- al senso di doloroso estraniamento che pervade non solo un’età, ma spesso anche la vita di ogni individuo.
Scrittura ricca, piena, capace di grande immediatezza. Una scrittura che parla, vibrando.

 

"Occhio di velluto" su aNobii, 8 settembre 2009

postato da: EditDomjan alle ore 09:43 | link | commenti
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venerdì, 04 settembre 2009

WUZ - 3 settembre 2009

Non davanti ai bambini di András Nyerges

«Da lontano si sentirono dei tonfi sordi e dei colpi, seguiti da un rumore intenso di esplosioni. "Santo cielo, è stato qui vicino!" strillò una giovane donna. “Ora tocca a noi…” sussurrò una voce maschile afona. “E di chi è la colpa di tutto questo?” domandò quello che prima aveva dato la colpa a gli inglesi. “Chi avverte i britannici per radio? Gli ebrei, proprio loro!”. Si girò un signore con gli occhiali che stava davanti a noi: “Grazie al cielo non succederà ancora per molto, ormai. Ci penseremo noi a impedir loro di farlo!”»

NichtvordemKind, così, pronunciandolo tutto attaccato come una parola sola, nondavantialbambino, per sottolineare l’urgenza della necessità di un ritegno, era il grido che volava per l’aria ogni volta che in qualche discussione in casa Nyerges venivano dette cose che non era bene che il piccolo András sentisse. Perché qualunque cosa riguardasse la famiglia poteva avere un risvolto politico ed era meglio non uscisse dalle mura domestiche, anche se sulla bocca innocente di un bambino.

Tempi duri, quelli dell’infanzia di András Nyerges, nato nel 1940 a Budapest.
La guerra, i tedeschi, le Croci Frecciate, i bombardamenti alleati, l’Armata Rossa in città. Ma tutto questo, nel romanzo autobiografico Non davanti ai bambini - delizioso, buffo, commovente come può esserlo solo un romanzo in cui la voce narrante è quella di un bambino - appare filtrato attraverso quelli che sono i grandi piccoli eventi della vita di un bimbo di tre, quattro, cinque anni.
Così András ricorda il bombardamento che doveva lasciare un grosso buco nella parete della loro casa perché la nonna non gli aveva potuto comperare il cornetto per merenda, o perché hanno dovuto spostare i letti nella stanza da bagno; la sirena d’allarme significa che potrà giocare in cantina con gli altri bambini, senza chiedere permessi; i razionamenti sono l’invidia con cui guarda le cosce di pollo nel piatto del parroco che la nonna ha invitato a pranzo; l’ufficiale russo che si installa nel loro appartamento è l’uomo che ama la musica e riesce a far ingaggiare il papà per qualche serata.
Della persecuzione degli ebrei András non sa proprio nulla e non ha spiegazioni per i due amatissimi nonni materni che a un certo punto riappaiono magri come degli spaventapasseri, facendogli paura.


Sotto il velo dell’innocenza infantile è questo il nodo di tutte le tensioni del romanzo di Nyerges: il matrimonio tra suo padre e sua madre, un ariano e un’ebrea, che la nonna Irén non perdonerà mai.
Terribile, la nonna Irén.
Possessiva e gelosa nei confronti del figlio Bandi, il padre di András. All’età di cinque anni gli aveva fatto giurare, con tanto di candele accese davanti all’immagine sacra, che mai l’avrebbe lasciata.
Dolce, grassa e affettuosamente morbida, la nonna materna Margit (prima del ghetto, dopo era pelle e ossa). Ignoto il nonno paterno; colto e distinto l’altro nonno, il professore Fülöp, autore di libri capace anche di giocare con il nipotino.
È incredibile quello che esce dalla bocca della nonna Irén. Di certo non perdona al figlio di essersi sposato con la ragazza che ha conosciuto quando lei faceva la ballerina a Gibilterra; non glielo avrebbe perdonato chiunque fosse (quando li sente fare l’amore, di notte, si mette a bussare alla porta della loro stanza da letto), ma che Agnes appartenga ad una famiglia di senza dio- no, questo è troppo.
Niente l’arresta nei suoi insulti offensivi, non quando il professore viene portato via e internato, e neppure a guerra finita, quando i consuoceri tornano sparuti e irriconoscibili e hanno perso due figlie nella Shoah. Lei gli fa pesare l’ospitalità, conta ogni boccone che inghiottono, infierisce spietata, si vanta che a lei non è successo niente perché Dio la ama, perché lei è una buona cristiana. 


Questa storia di famiglia ritagliata dentro la grande Storia tragica dell’Europa del secolo XX avrebbe ugualmente la sua importanza, come un tassello di un vasto quadro, ma la sua attrattiva aumenta per la voce del bambino che la racconta, che sembra girare la testa dall’una all’altra componente della sua famiglia composita, come seguisse un gioco di palla: chi vince? chi perde? per chi teniamo? E alla fine, quando il gioco pare terminato, si deve riesaminare il conteggio - saltano fuori delle carte che rimescolano tutto il passato.
Niente è come sembrava, dobbiamo ricominciare da capo: che cosa aggiungono e che cosa tolgono le nuove scoperte ai personaggi?
In ogni caso, non perdetevi questo libro.



András Nyerges - Non davanti ai bambini
Titolo originale: Voltomiglan
Traduzione di Andrea Rényi
187 pag., 16,00 € - Edizioni Elliot 2009 (Raggi)
postato da: EditDomjan alle ore 15:26 | link | commenti
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mercoledì, 02 settembre 2009

Péter Nádas, La Bibbia

BibbiaPéter Nádas

La Bibbia

Rizzoli, 2009

ISBN: 17035729
“Nádas è uno dei maggiori scrittori al mondo.”
Susan Sontag

Nessuno scrittore europeo ha affrontato le responsabilità e i rovelli morali della memoria pubblica e privata con incisività pari a quella di Péter Nádas.”
Michael Kimmelman The New York Times

Budapest, primi anni Cinquanta. Una villa in collina, con le sue stanze grandi e un austero giardino d’inverno, è il regno ovattato in cui il piccolo Gyuri, figlio di alti funzionari di partito, trascorre giornate apatiche, con la sola compagnia dei nonni. L’ingresso di due ragazze nella routine familiare sconvolge bruscamente la falsa quiete della casa, portando a galla pulsioni, ipocrisie e crudeltà con cui il giovane non si è ancora misurato.
La Bibbia è l’intenso racconto di formazione che apre una raccolta incentrata su temi cari a Péter Nádas: l’adolescenza, il desiderio e il ricordo. Al centro di tre racconti stilisticamente perfetti, altrettanti adolescenti lottano con un senso di misteriosa estraneità che li trattiene sulla soglia del mondo dei grandi, divisi tra repulsa e attrazione. La narrazione magistrale e potente di Nádas smaschera senza appello una società e un’intera epoca storica.

Péter Nádas è uno dei maggiori scrittori ungheresi. Membro della prestigiosa Accademia delle Arti di Berlino, ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra i quali il premio Kafka nel 2003. È considerato uno dei più probabili futuri candidati al premio Nobel per la Letteratura. Questo è il suo primo libro tradotto in italiano.

postato da: EditDomjan alle ore 11:56 | link | commenti
categorie: nádas la bibbia