|
Il mondo si divide in carnefici e vittime, spiega un nonno al nipote, ragionando sulla storia dell'umanità. Ma nell'Ungheria comunista degli Anni 50 era ben difficile marcare il confine tra le due categorie, perché bastava un sospetto, una delazione, un'antipatia, per passare all'istante dalla parte sbagliata.
Péter Nádas è cresciuto in quegli anni bui e ha fatto della riflessione sul rapporto tra individuo e dittatura, tra coscienza e memoria, i suoi grandi temi narrativi. Spesso in odore di Nobel, conosciuto in buona parte del mondo - Susan Sontag lo definì non esageratamente «uno dei più importanti autori del secolo» - nel nostro Paese lo era quasi nulla.
Ora escono due opere a colmare in parte la lacuna. Da Baldini & Castoldi, Fine di un romanzo familiare, tradotto molto bene da Laura Sgarioto; nella Bur Rizzoli, La Bibbia, tre racconti, tradotti altrettanto bene, ma da chissà chi, perché in copertina non c'è traccia dell'anonimo voltatore. Tutte storie che hanno in comune la fosca epopea comunista, vista da ragazzini che guardano con occhio puro, stupito, dolente, alle falsità e alla ferocia dei grandi, quasi a sancire una cesura incolmabile con le generazioni dei padri che hanno costruito un socialismo dal volto disumano.
Emblematico, in questo senso, è proprio il racconto molto bello, La Bibbia (la prima opera di Nádas, pubblicata nel '62), dove il piccolo Gyuri insieme con i turbamenti dell'altro sesso scopre l'ipocrisia dei genitori, alti funzionari dell'Ungheria stalinista, architetti della nuova società ugualitaria, ma sprezzanti verso un'umile, poverissima servetta di campagna.
Nádas è nato nel 1942 in una famiglia di ascendenze ebraiche, ma fu battezzato nella chiesa riformata per sfuggire all'Olocausto. La madre morì subito dopo la guerra, e la dolorosa mancanza di questa figura torna spesso nei romanzi. Il padre, che durante l'assedio di Budapest aveva partecipato al movimento comunista clandestino stampando manifestini di propaganda murato in una cantina (come il genitore della Bibbia), diventò un funzionario del ministero. Ma nell'era staliniana fu accusato, processato, riabilitato. Lo stesso copione si riprodusse nell'ottobre del '56, a ridosso dell'insurrezione. Di nuovo assolto da ogni addebito, si suicidò nel '58, vittima, come altre migliaia, delle proprie utopie giovanili infrante, lasciando una nuova ferita.
Nádas iniziò a lavorare come fotoreporter e giornalista, poi, incapace di scrivere menzogne, preferì diventare scrittore. Continuava a studiare il marxismo, ma dopo l'invasione di Praga, l'ultimo grande tradimento, si trasferì a vivere in provincia, poveramente, aiutato dalle contadine locali che gli regalavano solidali frutta e ortaggi. Fu sempre scomodo al regime, controllato, censurato. Gli offrirono maggiore autonomia, a patto che si mutasse in spia, ma lui non voleva distruggere «le vite degli altri» e così ha vissuto in una zona d'ombra, senza poter rilasciare interviste, scrivendo per due decenni senza sapere se avrebbe pubblicato, tormentato dal pungolo etico di tradurre in parole «la calma mortale che per ben due decenni regnò su questa estesa regione d'Europa, privata di ogni libertà».
Fine di un romanzo familiare è una delle sue opere più importanti. Uscì nel '77, dopo essere rimasto sette anni congelato. E' la storia di un ragazzino che cresce, autobiograficamente (anche lui si chiama Péter), senza genitori, allevato dai nonni che gli raccontano favole di fanciulle bellissime che odorano di pesce, e soprattutto, la millenaria vicenda degli ebrei, talvolta più potenti dei re, altre volte calpestati e massacrati. In mezzo a porcellane viennesi testimoni di una dignità scomparsa, nell'Ungheria degli Anni 50 dove anche comprare un pesce esige ore di coda nei negozi sempre sprovvisti, l'anziano nonno discetta di Hegel, di giustizia, della felicità che sfugge agli umani.
Anche qui c'è una scintilla di autobiografia, perché Nádas scoprì tardivamente e per caso le proprie ascendenze ebraiche (un antenato fu il primo deputato ebreo), quasi con rabbia che gli fossero state celate. E mentre le Scritture, la diaspora degli antenati, sono un romanzo sofferente ma «familiare», il mondo contemporaneo comunista resta imperscrutabile.
Come comprendere, d'altronde, la vicenda del padre, sempre assente, accusato di immoralità dai nonni per gli interrogatori che svolge come ufficiale dei servizi segreti? Prima lo sente in radio fare il carnefice, accusando di spionaggio alcuni colleghi in uno dei tanti processi farsa dello stalinismo, poi lo vede trasformarsi in vittima, mandato al patibolo da una nuova purga.
Péter finisce in un istituto di correzione che alleva i figli dei compagni che hanno sbagliato, o hanno semplicemente ubbidito ciecamente, e sono stati giustiziati. E ritrova lo stesso clima di sospetto e delazione che alligna nella società. Nel collegio tutti dovrebbero essere uguali, accomunati dal medesimo destino di orfani del terrore, invece gli adolescenti si angariano, si controllano, si denunciano a vicenda infilando biglietti anonimi in apposite cassette. D'improvviso, una mattina all'alba, vengono risvegliati dall'urlo di un compagno. Un grido immotivato e irrefrenabile. Un urlo forse di rabbia, forse di speranza, perché tutti, trasgredendo la disciplina incominciano a saltare sui letti, a lanciarsi cuscinate per bisogno di sfogare la libertà sempre repressa. Péter in quella giocosa battaglia cade dal letto, picchia la testa, scivola nel nulla.
Come accadde nel '56, quando i ragazzi e gli operai di Budapest presero i fucili per sbarazzarsi d'un regime che non riuscivano più a sopportare. La rivolta fu domata con i carri armati ma Nádas continuò a lanciare le sue urla silenziose, troppo intollerabili per il socialismo al gulasch del compagno Kádár.
Autore: Péter Nádas
Titolo: Fine di un romanzo famigliare
Edizioni: Baldini & Castoldi
Pagine: 180
Prezzo: 17,50 euro
Titolo: La Bibbia
Edizioni: Bur Rizzol
Pagine: 173
Prezzo: 9,80 euro
(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 26 settembre)
P.S. "La Bibbia" è stata tradotta da Andrea Rényi
|