Letteratura e arte ungherese, e altro

Blog dedicato all'attrice ungherese Edit Domján (1932-1972)

Chi sono

Utente: EditDomjan
Nome: Andrea

Commenti recenti

EditDomjan in ...
utente anonimo in ...

Partecipano

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
venerdì, 14 novembre 2008

Anna Büky, Mein Schatz

 

(da: A pillanat müve – L’attimo fuggente, Aranykor Kiadó, Budapest, 2003 ISBN 963 528 707 0)

 

Quando atterrò il volo Francoforte-Budapest della Lufthansa capii che avrei sentito per l’ultima volta la frase – Hello, mein Schatz, wie geht’s – poi sorridemmo, ci abbracciammo come due vecchi conoscenti, ci sfiorammo come al solito, nulla di più, salimmo in macchina, guidai io perché a Budapest guidavo sempre io e a Francoforte tu, questa era la nostra abitudine consolidata negli anni, un tempo significava sicuramente cura, premura, attenzione, divenute ormai consuetudine, e io pensai: - Ja, mein Schatz mir geht’s gut – ma preferii non dire nulla, tu tanto vedevi che stavo bene e non c’era nulla di strano in questo, perché avrei dovuto parlare se non avevo nulla da dire, solo per riempire il vuoto che si era insinuato fra noi non so, non mi ricordo quando, so solo che esisteva fra noi già da tempo infettandoci come una specie di malattia mortale – invincibile? – che esigeva spazi sempre maggiori fino a dominarci, noi però non ci rendevamo conto della sua esistenza, perché apparentemente non era cambiato nulla, sentivamo solo un dolore che cresceva, fino a svegliarci una mattina per sentire che quel qualcuno svuotato che si chiama io non ero più io ma la tua colpa, perché la colpa è sempre di qualcun altro, sì, era colpa tua se svegliarmi mi faceva male e invano ci voltavamo uno verso l’altra con corpi appesantiti, perché lasciavamo tracce di una stanchezza fatua, parla, dì almeno qualcosa, mein Schatz: riposiamoci, prendiamoci un periodo di riposo uno dall’altra? – e ci salutammo, salutammo noi due, ma il tempo per pensare trascorse rapido e l’aereo tedesco arrivò con il marito tedesco a bordo e lo stava aspettando la moglie ungherese: - Hello, mein Schatz – sentii di nuovo ma cosa avrei potuto dire quando tutto era estraneo, definitivamente estraneo, malgrado quattordici anni passati uno accanto all’altra, persi uno nell’altra, ora tacqui, senza poter più pronunciare una sola parola nella tua lingua e tu mi guardasti e rispondesti con lo sguardo: Du hast Recht – hai ragione, dunque nessuna resistenza – penso fra me -, di nuovo nessuna resistenza, volevi che non parlassi più nella tua lingua madre, con la mia pronuncia terribile, in un decennio non ero stata capace di imparare il “der, die, das” e quell’accento duro, antipatico che usavo per parlare la lingua scorrettamente, era diventato terribilmente noioso, eppure ci capiamo, ci capiamo benissimo, allora ciascuno nella propria patria? laddove ciascuno di noi ha le proprie radici? – parlare di radici è buffo, ma come decidere dove appartenere? un tempo, tanto tempo fa eravamo l’inizio e la fine uno per l’altra, ora solo la fine che è arrivata in modo strano, non come ce la immaginavamo, mentre senti, è vero che lo senti anche tu? che qualcuno ci sta osservando, noi due che siamo estranei uno per l’altra e i nostri gesti sono più veritieri delle verità nei romanzi scritti in qualsiasi lingua, non piangi, vero? – perché domandartelo quando vedo le lacrime nei tuoi occhi, so che hai paura, anch’io, ma non piangere! weine nicht! non ha senso e se potessi ti volteresti per tornare là da dove sei partito, non c’è soluzione, perché ci stanno osservando, e abbiamo attraversato già il Ponte delle Catene, meglio non parlare, non dire una parola, la temperatura in macchina sembra scendere, eppure ho alzato il riscaldamento, e manca poco per arrivare a casa, in quel posto dove abitiamo quando siamo in terra ungherese, come mai, perché questa estraneità indefinibile, come se avessi la bocca paralizzata, non mi guardare così, mein Schatz, non capisco nulla, non ci capiamo, sappiamo solo che il silenzio, l’estraneità, l’incomprensione sono ormai costanti – sospiro, sospiri, bisognerebbe piangere, dovremmo piangere davvero come quando perdiamo qualcosa che un tempo ci apparteneva e chiamavamo mein Schatz, tesoro mio, ma non c’è più tempo, non c’è più tempo per commuoverci, perché siamo arrivati in un luogo dove abitavi insieme a me, scendiamo dalla macchina, avvolti nel velo denso, impenetrabile del silenzio raggiungiamo una porta, suono da qualcuno che ci stava aspettando, te e me, ci stava spiando, lo sentivi anche tu, vero, mein Schatz, che qualcuno ci stava osservando, e ora dobbiamo parlare – bisogna dire qualcosa, sprich! – perché la porta si sta già aprendo ed ecco colui che ci stava osservando, guardando e ci tiene a vederci tornare insieme, e grida forte: - Mamma! Papà!

(trad. di Andrea Rényi)

 

 

postato da: EditDomjan alle ore 08:13 | link | commenti (1)
categorie: anna büky