DezsÅ‘ Kosztolányi
(1885 – 1936)
La contessa
(Ha gli occhi azzurri. Ha gli occhi azzurri. Ha gli occhi azzurri. Devo scriverlo tre volte per quanto sono azzurri. Capelli corti da ragazzo, fronte piccola e femminile, labbro superiore molto stretto. Secondo l’almanacco del Gotha ha ventotto anni, in realtà sembra una diciottenne. Delicata, ma forte, muscolosa. Gioca a tennis, va a pattinare, a cavallo, a caccia. Tira di scherma. Forse fa pure box. Nessuna traccia di cipria o di trucco in viso che è di un rosa naturale e vellutato come il prosciutto di Praga appena affettato. Vene azzurre sulle tempie. Vi scorre sangue blu. Dietro la contessa una fila interminabile di avi con nomi storici, meriti vassalleschi, alfieri e comites e – fra parentesi – trentacinquemila ettari di terra. La guardo da sonnambulo. La contessa mi indica una poltrona, mi siedo, ma balzo subito in piedi. Mi sono seduto su un levriero bianco. Il levriero non si è offeso, scende cortesemente dalla poltrona e si allunga sul tappeto.)
- Cosa desidera sapere?
- Tutto. Per esempio: perché non ha la erre moscia?
- Semplice. Sono di madrelingua ungherese: la erre moscia non è un vezzo come tutti credono, ma l’ovvia conseguenza del fatto che la lingua madre della maggior parte dei magnati era francese. Gli inglesi ingoiano la erre, gli slavi la fanno crocchiare, i francesi le fanno fare una giravolta. Insomma, se a una mia contadina insegnano prima il francese, avrà la erre moscia anche lei. Fino all’età di sei anni ho sentito parlare solo in ungherese, solo allora mi hanno affiancato una nurse e ho cominciato a studiare il francese a dodici anni, l’italiano a tredici e il tedesco a quindici.
- Che dice dei conti dei romanzi? Quando “il conte squadra la contessa con sguardo gelido”, oppure quando “il conte ride”?
- (La contessa ride.) Da ragazza mi vedevo con le amiche e leggevamo ad alta voce La signora Beniczky. Ci divertivamo.
- Come mai?
- Perché questi conti non hanno ne mani, né gambe, non hanno fame o sonno, non possono avere la polmonite o l’arteriosclerosi, ma sono solo conti. “Il conte ride.” Non sarebbe ugualmente ridicolo se uno scrittore scrivesse: “il borghese ride”, oppure “il contadino ride”. Non può ridere un’intera classe sociale. Solo Pietro e Paolo.
- Ma sa che la maggior parte della gente vi vede così.
- Si. Per il popolino noi siamo la favola. L’estate scorsa sono stata in campagna e sono andata a trovare dei vecchi conoscenti, la famiglia di un medico. Non erano in casa, mi ha accolto la serva, alla quale ho detto il mio nome. Poi sono tornata. La moglie del medico mi ha raccontato che la serva aveva annunciato battendo le mani: “Signora, è stata qui una contessa, ma si immagini, non aveva né un vestito di seta addosso, né una corona in testa.” Era dispiaciuta e disillusa.
- Non avete mai portato la corona a nove punte?
- Che io sappia, mai. In Ungheria non si bada molto alle esteriorità. Nella Francia democratica, dove dicono di non avere tradizioni, il piccolo borghese si appunta l’onorificenza anche quando va a comprare il formaggio. I conti e le contesse inglesi portano tuttora la corona nelle grandi occasioni. All’incoronazione di re Eduardo l’aristocrazia inglese si era presentata con le corone d’oro. In quelle occasioni è obbligatorio.
- Di notte no?
- Il toson d’oro bisogna portarlo anche di notte.
- Qual è la spiegazione?
- Non ne ho idea. E’ prescritto che non da lui ci si può mai separare, non si deve posarlo neppure un attimo. Di Khuen-Hédervàry si dice che quando è stato insignito del toson d’oro ha risolto la questione facendo cucire i velli di pecora sulla camicia da notte. Era un uomo molto coscienzioso.
- Quando ci si lava non bisogna averlo addosso?
- Credo di no.
- Chi conosce dell’aristocrazia straniera?
- Gli inglesi più di tutti, con loro abbiamo rapporti cordiali da secoli. I francesi formano una casta a parte, vivono tutti ritirati e sono monarchici. Gli spagnoli sono ancora più riservati.
- Come vivono i nostri magnati?
- Ora abbiamo una specie di transitory period. La guerra ha posto nuovi problemi all’aristocrazia, tutti sentono che le regioni e lo stato non sono più come una volta; bisogna conquistarsi il ruolo di guida come un tempo. Per questo motivo ci sono più personalità interessanti, originali. Tre magnati si sono trasferiti in Canada dove hanno acquistato della terra che coltivano in proprio e vivono benissimo vendendo i loro prodotti. Qui, a casa, scelgono la carriera del medico, dell’ingegnere o dell’elettrotecnico. In America studiano il settore bancario.
- Letteratura, arte?
- Ci sono molti scienziati. Leggono poco in ungherese, preferiscono l’inglese, il francese, lo sport e amano ancora la musica tzigana. Io suono il pianoforte. Quattro-cinque ore. Amo Bartók, Debussy. Per il resto frequento la società, tutti i giorni.
- Non la stanca?
- Ci sono abituata.
(Nell’altra stanza si sente abbaiare un cane e comincia a latrare l’intero palazzo, cagnolini da salotto, cani da caccia, bassotti saltano fuori da angoli insospettabili, anche il levriero si alza e si associa al concerto. Mi congedo, il domestico mi accompagna alla porta. Tornato a casa riassumo le impressioni: nessun pregiudizio di classe o cerimonia, solo quel tanto richiesto dalla ragione e dal buon gusto. La visione del mondo di una contadina si avvicina molto di più a quella della contessa rispetto a quelle persone che offendono o si offendono in continuazione. Le classi più alte e le più basse sono realiste. Si vede che gli opposti si incontrano.)