Alessandro Zaccuri su La poesia e lo spirito - http://poesiaelospirito.wordpress.com
Il titolo sembra uno di quei racconti in poche parole che tanto piacciono ultimamente: Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere. In realtà il pianto di Dostoevskij risale ai giorni tra la fine del 1849 e l’inizio del 1850, al momento della sua deportazione in Siberia. Durante la traversata degli Urali, di notte, con le slitte bloccate da una tempesta di neve, lo scrittore si rende conto che il passato è dietro di lui e che ad attenderlo c’è soltanto «il destino misterioso» della Siberia. Piange, perché capisce che nulla sarà più come prima e perché intuisce che è giusto così. Il destino, quando è autentico, è sempre misterioso. Quattro anni più tardi, viene trasferito nell’avamposto di Semipalatinsk, dove stringe amicizia con il procuratore Vrangel. Insieme con lui si dedica alla lettura, tra l’altro, delle opere di Hegel. Che il testo specifico su cui i due si soffermano siano le Lezioni sulla filosofia della storia è una congettura di László F. Földényi, il critico letterario ungherese al quale si deve questa straordinaria meditazione in forma di saggio, ora tradotta da Andrea Rényi per il melangolo. Classe 1952, finora inedito nel nostro Paese, Földényi appartiene all’ormai nutrita compagine di intellettuali che avvertono l’urgenza di revocare in dubbio gli automatismi di una visione “progressiva” della tradizione umanistica. In questo, il contrasto fra Hegel e Dostoevskij non potrebbe essere più convincente. Nelle già ricordate Lezioni, infatti, la Siberia viene additata, al pari dell’Africa, come territorio «al di fuori della storia» o meglio, secondo Földényi, al di fuori dell’immagine di storia che Hegel si è compiaciuto di inventare. La costruzione concettuale del filosofo sembra fare appello a categorie teologiche, ma in ultima analisi ha già innalzato la politica a criterio ultimo di interpretazione del reale, trasformando la ragione stessa in un idolo che agisce come un dio al di sopra di Dio. Arrogandosi l’arbitrio di escludere dalla storia intere regioni del mondo, e con esse interi millenni della vicenda umana, Hegel sta affrettando i tempi di quella “morte di Dio” che, qualche decennio più tardi, Nietzsche teorizzerà con disperata lucidità. Il Dostoevskij segnato dall’esperienza siberiana è andato oltre tutto questo: nelle Memorie del sottosuolo l’irragionevolezza della storia è assunta come dato di partenza, ma anche come occasione propizia per il manifestarsi di un miracolo che renda ragione della sofferenza. Negli anfratti desolati che Hegel ha voluto porre fuori dalla storia, Dostoevskij ha maturato il suo incontro con Cristo, percependo così la sacralità di ogni esistenza umana, non importa quanto degradata. Agire altrimenti significa – nelle parole di Földényi – ridurre «il Tutto cosmico» a «un mondo manipolabile con la tecnica», ossia all’«Inferno». Siamo dentro la dottrina hegeliana della storia, d’accordo. Ma non è poi una gran consolazione.
Pubblicato su Avvenire, il 5 marzo 2009
Andrea Sartori said
Leggendo questo libretto, estremamente smilzo ma intenso, ho trovato interessante, tra le altre cose, la lettura psicanalitica alla quale Foldényi sottopone la “rimozione” hegeliana di intere parti della geografia umana. Sarebbe stata la paura nei confronti del dolore, della frattura dell’esistenza, delle pulsioni oscure ed accidentali che animano il vivere storico, a dettare ad Hegel la strategia difensiva consistente nell’assorbire all’interno della categorie del politico e dell’universale la complessità antropologica dell’individuo e della sua percezione del tempo, ad inibire a quest’ultimo l’inquietante via della trascendenza.
Al di là di ciò, tuttavia, mi sembra che il breve saggio di Foldènyi soffra di più di una carenza filologica, poichè non si confronta con quelle letture di Hegel che, soprattutto oggi, rivalutano nei suoi testi il ruolo dello scetticismo e dell’individuo (in maniera meno ingenua di quanto abbia fatto, ad esempio, J. Whal, con il suo libro sulla “coscienza infelice”). Non dimentichiamo, infatti, che la “Fenomenologia dello spirito” è nata come una “Scienza dell’esperienza della coscienza”, che doveva percorrere la “via del dubbio e della disperazione” intrapresa dal suo protagonista, la coscienza appunto.
Questi temi restano forse in ombra nelle lezioni sulla filosofia della storia - il testo che probabilmente Dostoevskij ha letto con Vrangel in Siberia - ma agli occhi dello studioso odierno ne rappresentano comunque la premessa (storica e teoretica), alla luce della quale anche la filosofia della storia potrebbe essere compresa diversamente. Certo, Dostoevskij, esiliato in Siberia, non disponeva di una biblioteca hegeliana: senza i comfort di una biblioteca berlinese, oltre i confini del mondo abitato, la vita spezzata dalla violenza del potere politico, il richiamo della trascendenza al di là della storia non poteva che divenire fede o suicidio privo di riscatto dialettico (Aufhebung).
Divenne fede.
Grazie ad Alessandro Zaccuri per aver contribuito a rendere nota questa traduzione italiana!
Andrea.
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