Casa editrice Magvetö, Budapest (Ungheria), 2006
Di solito i poveri non hanno voce, nelle loro vite trovano difficilmente il tempo e lo spazio per parlare di sé. Il nono, terzo romanzo dello scrittore ungherese Ferenc Barnás, premio Márai del 2001, è una di queste rare eccezioni. Il protagonista, un bambino di nove-dieci anni, nono di undici figli di una famiglia rigidamente cattolica, vive una vita di stenti in un villaggio sonnacchioso e senza storia nei pressi della capitale dell’Ungheria socialista negli anni ’60.
La famiglia è in serie difficoltà, vive in un monolocale, patisce la fame, i bambini non hanno un proprio letto né una coperta e la stanza spesso non è neppure riscaldata. I genitori lavorano e oltre al lavoro quotidiano il padre, con l’aiuto di tutti, fabbrica piccoli oggetti di culto da vendere alle parrocchie in giro per il paese, per realizzare il loro sogno più grande: una casa con tre camere, una cucina e un bagno. La loro unica comunità di appartenenza, la chiesa cattolica, li aiuta nella costruzione della casa, ma allo stesso tempo li allontana ancora di più dalla società in gran parte atea, dell’Ungheria socialista.
La loro vita è scadenzata dalle necessità minime, dalla lotta quotidiana collettiva nei confronti del mondo esterno, e da quella individuale all’interno della famiglia per ricevere un boccone migliore, per non essere disturbati nel sonno e nello studio, per evitare le frequenti punizioni di un padre fin troppo autoritario e severo. Vista dall’esterno la miseria sembra una situazione grigia, stagnante, mentre richiede un perenne stato d’allerta che priva il povero di tutti gli equilibri e della quiete, causando importanti deformazioni nel fisico e nella psiche . Infatti, quasi tutti i figli di questa famiglia soffrono di difficoltà di parola e di prevedibili, quasi scontati problemi di salute.
Le loro vite sono incolori, insignificanti come era la vita del paese in quegli anni: l’autore descrive con grande abilità la quotidianità dei “tempi di piombo”, l’atmosfera soffocata di anni in cui ci si dava da fare molto per ottenere davvero poco. Il villaggio dove vive la famiglia è un tipico esempio della bruttezza, dello stile squallido di un’epoca dove sensibilità, intelletto e senso estetico non trovano nutrimento e l’alienazione dovuta al grigiore è la normalità.
Il protagonista, il bambino senza nome cerca di scoprire una sua individualità, un suo spazio a scuola, dove la maestra non lo discrimina e lo aiuta, mentre i compagni lo umiliano ricorrendo anche alla violenza e al probabile – perché solo accennato – abuso sessuale. Il piccolo si rivolge spesso anche a una seconda figura positiva della sua esistenza che è la madre, ma lei, pur volendo bene ai figli, per principio non tollera il contatto fisico né con lei né fra loro.
I lunghi sforzi del bambino di piacere, di soddisfare le aspettative degli altri non portano ai risultati sperati e in un momento di debolezza più che di ribellione deruba l’amata maestra, causando un grande dispiacere anche alla madre. Nell’ultima pagina del libro il piccolo protagonista sta tornando a scuola, non sa se avrà il coraggio di guardare in faccia la maestra, ma sa di volerle ancora bene.
Questo libro ha varie chiavi di lettura: è la commovente ma mai lacrimosa storia di un bambino, è la fotografia di un paese dell’Est negli anni bui, un atto d’accusa del bigottismo e il racconto autentico della miseria in generale, non legato a una società o a un periodo storico. L’ottima tecnica di scrittura, l’omogeneità stilistica, l’approccio umile, sincero all’argomento conferiscono una particolare forza e valore all’opera di Barnàs.
Ó Andrea Rényi