«Per Pnin, del tutto inconsapevole delle pene del suo protettore, il nuovo trimestre autunnale iniziava particolarmente bene: : non aveva mai avuto così pochi studenti di cui preoccuparsi, né tanto tempo per le sue ricerche. Tali ricerche erano entrate da un bel pezzo nella piacevolissima fas in cui l’indagine travalica lo scopo, e viene a formarsi un nuovo organismo, parassita, per così dire, del frutto che sta maturando. Pnin distoglieva il proprio sguardo mentale dalla fine del lavoro, ormai così chiaramente in vista da consentirgli di scorgere il razzo di un asterisco, o il bagliore di un “sic!”. Quel traguardo doveva essere evitato, perché rappresentava l’estinzione di tutto ciò che dava luogo all’estasi di un avvicinamento senza fine. Le schede andavano a poco a poco saturando una scatola di scarpe con il loro peso compatto. La collazione di due leggende: un prezioso dettaglio di costume o di abbigliamento; una citazione che al controllo si rivelava falsa per incompetenza, incuria o frode; il brivido giù per la schiena di una congettura che trovava conferma; la somma degli innumerevoli trionfi di un rigore scientifico bezkoristnij (disinteressato, devoto) – tutto questo aveva corrotto Pnin, aveva fatto di lui un felice, intossicato maniaco di note a piè di pagina, votato a disturbare le tarme di un tedioso volume spesso trenta centimetri per trovarvi un riferimento a un altro volume ancora più tedioso.»
Vladimir Nabokov, Pnin, trad. di Elena De Angeli, Adelphi, 1998, p. 140.